Filosofia

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La civetta di Minerva è il simbolo della filosofia.
La civetta di Minerva è il simbolo della filosofia.[1]
« Chi pensa sia necessario filosofare, deve filosofare e chi pensa che non si debba filosofare, deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare; dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l'addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui. »
(Aristotele, Protreptico o Esortazione alla filosofia)

La filosofia, dal greco φιλείν (fìleìn), amare e σοφία (sofìa), sapienza, cioè amore per la sapienza, è la disciplina che si occupa di studiare e definire i limiti e le possibilità della conoscenza e in generale dell'esistenza dell'uomo, considerato come singolo e nella sua relazione, teorica e pratica, con gli altri uomini e con gli oggetti.

Il pensiero filosofico occidentale, secondo Aristotele, nascerebbe dalla "meraviglia", ovvero dal senso di stupore e di inquietudine sperimentata dall'uomo quando, soddisfatte le immediate necessità materiali, comincia ad interrogarsi sulla sua esistenza e sul suo rapporto con il mondo che lo circonda.

Queste domande di carattere universale, che in filosofia vengono definite come il problema del rapporto tra il soggetto e l'oggetto, vengono trattate secondo due aspetti: il primo è quello della filosofia teoretica, che studia l'ambito della conoscenza, il secondo è quello della filosofia pratica o morale o etica, che si occupa del comportamento dell'uomo nei confronti degli oggetti e, in particolare, di quegli oggetti che sono gli altri uomini, che egli presume siano individui come lui, perché appaiono simili, pur non potendo sapere cosa siano essi veramente nella loro interiorità.

[modifica] Etimologia

Com'è noto, la parola filosofia ha origine dal greco φιλείν (fìleìn), amare e σοφία (sofìa): in essa si stabilisce un nesso fondamentale fra il sapere, che il filosofo cerca o ritiene di aver raggiunto, e l'amore, che qui va inteso non nella sua forma erotica (anche se l'eros, il desiderio è platonicamente il movente fondamentale della ricerca filosofica), ma in un senso più vicino al sentimento dell'amicizia.

Il filosofo, in questa accezione, sarebbe dunque l'amico del sapere; e come tale, egli non si identifica con il sapere, ma piuttosto vi si accompagna, essendo consapevole di non poterlo possedere del tutto (come ad es. dichiara Socrate (cfr. Apologia di Socrate)).

Quanto al termine σοφία, la gamma dei suoi significati è piuttosto ampia, e si è prestata, nel corso dei secoli, a un uso molto differente del sapere filosofico: originariamente distinta dalla φρόνησιϛ, la prudenza, l'accortezza di giudizio, la sophia indica un'abilità di tipo più teorico, cioè la capacità di trarre verità universali dalla conoscenza delle cose.

Il saggio, tuttavia, nel senso greco del termine, non è l'uomo perso nelle sue riflessioni teoriche; egli, pur detenendo un sapere considerato astratto, possiede invece l'abilità di farne un uso concreto, pratico: [2] in questo senso la filosofia greca è permeata, fra l'altro, dal problema politico[3], ovvero dal rapporto fra la sapienza e la capacità di governare sia il comportamento dell'uomo come singolo che come facente parte della comunità della polis stessa.

[modifica] La filosofia come espressione di libero pensiero

Stanza dei filosofi dei Musei Capitolini di Roma
Stanza dei filosofi dei Musei Capitolini di Roma
Per approfondire, vedi la voce Storia della filosofia.
« La verità è per noi perenne, infinito movimento. [...] Scorgere la verità è la dignità dell'uomo. Solo attraverso la verità diveniamo liberi, e solo la libertà ci rende pronti incondizionatamente per la verità. »
(Karl Jaspers,da Piccola scuola del pensiero filosofico, Edizioni di Comunità, 1984, traduzione di C. Mainoldi)

Come introduzione propedeutica a questa voce è necessario premettere che una definizione ultimativa e specifica della filosofia non può darsi; ogni sistema di pensiero infatti include al suo interno una ridefinizione del concetto di filosofia.

Il filosofare cioè è un contenitore che permane uguale a se stesso ma il cui senso e valore muta per il contenuto sempre diverso. Il filosofare sempre lo stesso ma anche sempre diverso. La storia della filosofia consente di rintracciare le varie linee evolutive del concetto di filosofia e quindi definire in modo più unitario i problemi che sono oggetto della conoscenza filosofica. La storia della filosofia come necessario contenitore che ci permette così di seguire una relativamente unitaria linea logica del filosofare proprio attraverso i contenuti, le continue diversità e sviluppi della speculazione.

Come attività esclusivamente razionale e come tentativo di sostituire all'interpretazione mitica dei fenomeni naturali un'analisi attenta ai dati dell'esperienza, la filosofia nasce nell'ambito della cultura greca e europea.

L'esercizio della filosofia ha sempre richiesto e sempre pretenderà la libertà di pensiero. Requisito che si può ritenere presente nel mondo greco e in quello romano, ma per nulla in quello cristiano. La ragione sta nel fatto che i politeismi pagani non erano dogmatici e non possedevano dottrina né precettistica. Con l'affermazione del Cristianesimo, nel IV secolo, la filosofia diventa ancilla theologiae, perde ogni autonomia e viene rigorosamente "pilotata" dalla fede, che ne fissa ambiti, canoni e criteri.

Il pensatore di Auguste Rodin
Il pensatore di Auguste Rodin

Nei secoli VII e VI a.C. la Grecia si trasforma da paese agricolo a artigiano e commerciale. Una nuova classe di mercanti cerca la sua fortuna lontano dalle polis d'origine, prevalentemente mercantili quelle della Ionia (Asia Minore), come Mileto, Efeso, Clazomene, Samo, ecc., mente altrove prevale l'economia agro-pastorale. Anche ad Atene domina a lungo una classe aristocratica conservatrice che basa il suo potere sulla proprietà della terra.

I flussi migratori hanno inizio intorno al 1200 a.C. colonie e vedono in un primo tempo mercanti-marinai che dalla penisola ellenica vanno verso Oriente, fondando colonie nella Ionia. In un secondo tempo, dall'VIII sec. a.C. in poi, è da qui che (sotto la pressione persiana) avviene l'inverso, vedendo per esempio Leucippo ed Anassagora trasferirsi il primo ad Abdera e il secondo ad Atene. Ciò determina un rimescolamento di culture estremamente favorevole per l'evoluzione della filosofia.

È sulle coste della Ionia, e in particolare a Mileto, che l'evoluzione della società, i frequenti contatti mercantili con gli altri popoli del Mediterraneo, del mondo iranico e forse anche di quello indiano, portano un nuovo bisogno di conoscere. Al di fuori del mito la realtà dei fenomeni naturali, di cui si tenta per la prima volta una interpretazione razionale utile a soddisfare le necessità della navigazione, trova nuovi sviluppi e può nascere un pensiero filosofico laico, sganciato dalla religione.

Questa interpretazione "scientifica" della natura, che dà un nuovo senso ai racconti mitologici, per cui, ad esempio, il principio originario dell'acqua di Talete si sovrappone al mito del padre Oceano, non viene ostacolata dal credo religioso, poiché la religione greca era un religione naturalistica, legata all'immanenza e all'antropomorfizzazione del divino, e quindi assai lontana dalla trascendenza.

In Grecia infatti, in assenza di libri sacri, non esiste una casta sacerdotale come custode del dogma e quindi rimane ampio spazio per il libero pensiero che si traduce a sua volta in libertà politica. Questa situazione, propria del politeismo e della differenziazione creativa dei miti, permette un pensiero libero, che finirà però col trionfo politico del Cristianesimo, intorno al 320 d.C., e specialmente col suo diventare religione ufficiale dell'impero (sotto Teodosio).

Statua della dea Minerva con la civetta
Statua della dea Minerva con la civetta

È nelle libere colonie ioniche che nasce la prima struttura della polis democratica greca che assieme con la filosofia, dopo la conquista persiana delle colonie, si trasferirà, dopo aver sopraffatto il vecchio regime aristocratico conservatore, nella madrepatria, facendo di Atene la capitale della filosofia e della libertà greca.

La filosofia antica greca ha trasmesso alla tradizione filosofica occidentale un metodo di pensiero improntato all'antidogmatismo e la sensibilità verso una serie di problematiche ontologiche ed etiche che l'hanno caratterizzata rispetto ad altre tradizioni filosofiche.

Non si può poi tralasciare, tuttavia, il contributo che allo sviluppo della filosofia occidentale ha dato la riflessione teologica giudaico-cristiana che già dalla Tarda Antichità va ad instaurare un rapporto complesso con il pensiero filosofico di tradizione greco-romana, e soprattutto con quello metafisico ed idealista, avviando quella dialettica tra fede e ragione variamente risolta nei secoli, e in maniera esclusiva, sino al Quattrocento.

Allo tesso tempo non si deve dimenticare che l'integrazione tra la fede cristiana e la metafisica greca ha determinato il blocco sistemico di una "filosofia-teologia" che ha emarginato se non espunto il materialismo dal corso culturale dell'Europa cristiana almeno sino a tutto il secolo XV. L'atomismo infatti è diventato una filosofia demoniaca inconciliabile con la fede cristiana, mentre lo erano il platonismo e l'aristotelismo e, in qualche misura, anche lo stoicismo.

Gli scritti degli Atomisti, teorizzatori di quel materialismo dinamicistico che è l'atomismo, sono andati soggetti a una sistematica distruzione. L'asse tra la metafisica greca e la teologia cristiana ha dominato la cultura europea per oltre dieci secoli, continuando a condizionarla sino al Settecento inoltrato. Le vicende di Galileo Galilei e di Giordano Bruno (per limitarci alle più note) rivelano ampiamente come le barriere teologiche abbiano tentato di frenare per un certo tempo i progressi di una filosofia laica.

Esistono altresì dottrine ancora più antiche a carattere speculativo, sorte nell'ambito di varie culture orientali, anch'esse spesso strettamente connesse ad ambiti religiosi, che rendono questo tipo di riflessione particolarmente orientata alla comprensione del senso dell'esistenza del singolo individuo in rapporto a un Tutto olistico.

Alcune di queste forme di pensiero mistico-filosofico, specificamente indiane, tramite anche delle pratiche improntate sull'ascesi, aspirano ad elevare l'individuo verso una più alta spiritualità.

[modifica] Oriente ed Occidente

Sulla priorità della filosofia, se essa sia nata cioè prima in Oriente o in Occidente, si sono confrontate due correnti di pensiero opposte. Infatti ci sono due tesi che si contrappongono per stabilire dove la filosofia nacque: quelle degli "orientalisti" e degli "occidentalisti". Appare piuttosto probabile che all'ambito indiano vadano riconosciuti, prima del 1100 a.C., i prodromi di ciò che sarà la speculazione filosofica, per quanto essi siano qui di carattere specificamente religioso. Ma è in ambito greco-ionico, e specificamente a Mileto nel VII sec.a.C., che nasce una vera filosofia laica, espressa da naturalisti come Talete, Anassimandro e Anassimene

  • Gli orientalisti affermano che la filosofia abbia avuto origini in Oriente circa nel 1300 a.C., e che la stessa filosofia greca derivi dall'antico pensiero sviluppatosi in Asia. A supporto di questa tesi si porta la prova degli intensi rapporti commerciali tra i greci e le popolazioni orientali. Poiché la matematica nelle sue prime acquisizioni è nata in India il rapporto con l'oriente sembrerebbe provato per la dottrina pitagorica, ma assai meno possono essere collegati alla cultura orientale i naturalisti di Mileto.

Talete, in particolare, avrebbe tratto piuttosto dalla cultura egizia elementi di tipo cosmologico. L'Egitto, infatti, all'epoca esprimeva un contesto assai più progredito della Grecia sul piano tecnologico, con importanti acquisizioni nel campo della geometria e dell'astronomia.

La cultura occidentale avrebbe ripreso elementi di civiltà da quella orientale e sud-orientale che vantava da tempo acquisizioni di tipo scientifico importanti: basti pensare che nel XII secolo a.C. gli egizi distinguevano già la medicina dalla magia usando il metodo diagnostico e facevano progressi in campo matematico (come i babilonesi) e i caldei che già nel 2000 a.C. erano in possesso di documenti di studio sui corpi celesti.

Ma le motivazioni degli orientalisti vanno oltre le prove sui contatti commerciali dell'Oriente con i greci e sui progressi culturali e scientifici orientali, poiché essi sostengono che la riflessione speculativa, e quindi la filosofia, era già presente in India nella religione brahmanica e poi nel Buddhismo, in nel Confucianesimo e nel Taoismo.

Ciò può essere vero in quanto ai temi che saranno anche del pensiero greco (origine, essere, causa, anima, corpo, materia, ecc.) ma non per quanto riguarda le modalità di analisi e approfondimento.

Pur accettando che la filosofia greca abbia ricevuto apporti tematici provenienti dalle culture orientali, l'appproccio razionale e analitico era scarsamente utilizzato in Oriente, mentre sarà alla base di quello greco, [4] e la maggior parte degli storici della filosofia oggi afferma l'autonomia e l'originalità della filosofia greca nata a Mileto, colonia greca dell'Asia minore, nel VI secolo a.C. sostenendo:

  • che anche gli autori della filosofia classica più vicini per tematiche al pensiero orientale (Platone, Aristotele, ecc.), pur riconoscendo l'importanza della cultura orientale, ne sottolineano il carattere pratico e non fanno alcuna menzione di una derivazione orientale della filosofia;
  • che non abbiamo conferma di nessuna traduzione di testi orientali da parte di filosofi greci poiché evidentemente esistevano delle difficoltà linguistiche alla conoscenza delle culture orientali in un popolo, come quello greco, poco incline alla conoscenza delle lingue straniere, del linguaggio dei barbaroi;
  • che la sapienza orientale si basava su conoscenze poste come verità teologiche indiscutibili conosciute solo da un gruppo ristretto di persone, i cosiddetti "sacerdoti", che non miravano allo sviluppo della razionalità ma erano orientate ideologicamente verso il raggiungimento di una vita ultraterrena o praticate per l' accrescimento di facoltà spirituali connesse alla sacralità;
  • che infine esistevano fattori sociali e culturali che, come l'espansione coloniale greca in quella zona che sarà la Magna Grecia da parte di liberi mercanti che si affrancarono economicamente e culturalmente dalla madrepatria, costituirono un ambiente caratterizzato dalla libertà politica e di pensiero favorevole allo sviluppo del pensiero filosofico.

[modifica] Saggezza, educazione e scienza

Per approfondire, vedi la voce Presocratici.

La traduzione generica di filosofia come amore per la saggezza non rende ragione della pluralità di significati che il termine sophia aveva nella lingua greca che la distingueva dalla phronésis (φρόνησιϛ), la prudenza.[5]. Nella cultura greca antica il termine filosofia oscillava tra due significati estremi: in un senso la filosofia, spesso identificata come sinonimo di sophia coincideva con la saggezza o, come anche si diceva, la paideia (educazione, formazione culturale): ad esempio Erodoto [6] racconta di Solone come un uomo che aveva molto viaggiato per il mondo «filosofando», per desiderio di sapere.

All'estremo opposto filosofia assume il significato di dottrina scientifica ben delineata, che Aristotele chiama «filosofia prima» che indica cioè sia i principi primi, le cause prime, le strutture essenziali degli esseri sia quel pensiero che studia il primo principio di tutto: Dio stesso.

È nell'ambito di questi due significati che si sviluppano gli usi più particolari del termine filosofia e il filosofare pratico dei pensatori greci classici.

[modifica] La nascita del termine

I più antichi pensatori della storia della filosofia non ebbero consapevolezza di essere filosofi: sia Diogene Laerzio [7] che Cicerone [8] indicano Pitagora come il primo a definirsi filosofo, amante del sapere: come colui, cioè, che può solo dirsi amante della sapienza, poiché gli unici, veri sapienti, sono gli dei.

Lo stesso Pitagora, secondo la tradizione, viene indicato come l'autore dell'allegoria della filosofia come un mercato: la vita è come una grande fiera dove si recano quelli che vogliono fare affari, quelli che vi vanno per divertimento ed infine, i migliori, i filosofi, i quali non hanno altro scopo che osservare la varia umanità.

Questo almeno secondo la tradizione che Diogene Laerzio riprende da Eraclide Pontico, un discepolo di Platone: il che fa sospettare che questo fosse un significato in uso nella filosofia platonica.

In un frammento di Eraclito, riferito da Clemente Alessandrino (passo la cui autenticità è messa però in dubbio da alcuni studiosi come Marcovich nella sua opera dei Frammanti del 1978) compare il termine filosofia e si dice che «é necessario che gli uomini filosofi siano indagatori di molte cose» [9].

Sembrerebbe che Eraclito volesse identificare la filosofia con la polimanthia, il sapere molte cose, ma questa interpretazione è esclusa da altri frammenti dove lo stesso filosofo afferma che questa «non insegna l'intelligenza» [10] ma piuttosto egli dice che compito del filosofo è quello di fare molte esperienze e da queste arrivare al principio primo unitario che egli chiama Logos (ragione, discorso).

Ecco quindi cominciare a delinearsi in embrione un significato di filosofia come conoscenza dei principi primi: scienza universale che tratta l'essere in generale e che quindi è alla base e a fondamento di tutte le forme di conoscenza che si occupano dell'essere nei vari aspetti particolari.

[modifica] La scuola di Mileto e l'archè

Con la scuola milesia di Talete, Anassimandro e Anassimene, il pensiero per la prima volta si emancipa dall'impostazione religiosa e dogmatica per ricercare spiegazioni razionali ai fenomeni naturali e alle questioni cosmologiche e si impone centralmente il problema dell'identificazione dell'archè, l'elemento costitutivo e animatore della realtà, indagato nello stesso periodo anche da Pitagora ed Eraclito.

Essi pensarono che, pur essendo apparentemente diversi, i fenomeni naturali fossero omogenei, della stessa natura fondamentale. Si trova nelle loro teorie una ricerca di un punto di riferimento comune che metta ordine nella molteplicità caotica dei fenomeni. Se quindi, si riuscirà a identificare la causa prima di tutti questi fenomeni, quell'elemento comune a tutte le cose, che soggiace ("hypokeimenon") a tutto, nascosto al loro interno, per cui una cosa è quella che è nella variabilità di ciò che appare, si avrà la chiave di spiegazione unica di tutto il cosmo, cioè dell'universo come ordinato e armonioso.

Quindi i primi filosofi presocratici ricercheranno quest'elemento primordiale, la causa di tutto, da cui tutto si è generato e a cui tutto ritorna: l'arché, il principio apparso per primo nel tempo e scopriranno così la sostanza dandole una pluralità di significati, come ente che:

  • permane nei mutamenti
  • rende unitaria la molteplicità
  • rende possibile l'esistenza della cosa [11]

Interessante notare come dalla iniziale speculazione sulla natura, ancora legata ad elementi fisici con Talete, il discorso filosofico si faccia sempre più astratto con Anassimandro, capace di concepire come principio ciò che non è materiale, l'indefinito, sino ad arrivare con la scuola Pitagorica ad una visione matematica della natura,[12] prima premessa per l'accesso della filosofia verso la via che porta alla scienza.

Via che s'interromperà con le riflessioni sull'archè che faranno nascere, con Parmenide e la scuola eleatica, le prime speculazioni ontologiche; e con esse la percezione di un conflitto irriducibile tra la logica che governa la dimensione intellettuale e il contraddittorio divenire dei fenomeni testimoniato dai sensi.

Contrasto variamente risolto dai successivi filosofi del VI-V secolo a.C. (fisici pluralisti), la questione rimarrà centrale in tutta la storia del pensiero occidentale, dalla Scolastica ad Heidegger nel Novecento.

[modifica] Il pluralismo ontologico

Ontologia
In filosofia, l'ontologia, fondamento storico della metafisica, è lo studio dell'essere in quanto tale, ovvero in quanto essente, nonché delle sue categorie fondamentali. Il termine deriva dal greco ὤν, ὄντος, "òntos" (genitivo singolare del participio presente di εἶναι, "èinai", il verbo essere) più λόγος, "lògos". Significa letteralmente "discorso sull'"essere".

L'ontologia può avere, in determinati tipi di pensiero, legami con la teologia, in particolare per quanto riguarda alcune questioni fondamentali relative all'esistenza di Dio. Il termine ontologia fu coniato soltanto agli inizi del XVII secolo da Jacob Lorhard nella prima edizione della sua opera Ogdoas Scholastica (1606) e successivamente utilizzato da Rudolph Göckel per il suo Lessico filosofico (1613).

L'ontologia monistica, che nasce con Senofane di Colofone, trova ad Elea, nell'ambito dell'occidentale Magna Grecia, i suoi principali sviluppi; ma essa è negata a oriente, in ambito ionico. Ionici sono infatti sia Leucippo (di Mileto) e sia Anassagora (di Clazomene), assertori di un'ontologia pluralistica, degli atomi il primo e dei semi il secondo (che Aristotele ribattezzerà omeomerìe). Per quanto il monismo determinista risulterà prevalere, e gli epigoni di Parmenide (e tra essi Platone) vincenti dal IV secolo a.C. in poi, nel V secolo il dibattito risultò assai fecondo per il pensiero greco. In ogni caso Aristotele, per quanto sostanzialmente monista, fu molto attento all'ontologia pluralistica, confrontandosi con essa a più riprese sia nella Fisica che nella Metafisica (la filosofia "prima").

L'espressione di tale pluralismo che risulterà più ricca di sviluppi sarà però l'atomismo leucippeo, che troverà in Democrito un valido continuatore e più tardi in Epicuro un suo riformulatore in direzione spiccatamente indeterministica.

[modifica] Filosofia come nuova paideia

Accanto a questo primo iniziale configurarsi della filosofia come conoscenza universale compare nella storia della filosofia un'applicazione più pragmatica del filosofare: è quella dei sofisti che non tramandano definizioni della filosofia ma che, come si vede nei Dialoghi platonici e in Senofonte [13] chiamano filosofia una particolare forma di educazione, dietro compenso, per i giovani che vogliano intraprendere una carriera politica.

I sofisti compaiono nel periodo compreso fra il culmine della civiltà ateniese e i primi sintomi della decadenza dovuta a tensioni individualistiche ed egoistiche che erano già evidenti nell'età di Pericle. Allo scoppio della guerra del Peloponneso e alla morte di Pericle, entrano in crisi quei valori di supremazia culturale ed economica a cui si sostituisce il senso di precarietà dell'esistenza a cui i sofisti rispondono offrendo come soluzione le capacità retoriche dell' individuo, educato con una nuova tecnè (tecnica).

Essi insegnano in particolare l' arte della parola, un'educazione retorica e letteraria che riporta la filosofia al suo primo significato di paideia ma con diversi contenuti rispetto a quella antica, basata sulla poesia e sul mito, attraverso i quali si realizzava l'aristocratico ideale della kalokagathia ("kalos kagathos" o "kalos kai agathos " (καλὸς κἀγαθός o καλὸς καὶ ἀγαθός, IPA:kalos kaːgatʰos), del bello e del buono. Una educazione come quella omerica, che si trasmetteva di padre in figlio, tesa alla formazione del cittadino osservante di quelle leggi che erano state date dagli dei.

Ora i sofisti (almeno la prima generazione) non mettono in dubbio l'autorità dello Stato ma evidenziano attraverso un'analisi storica, l' origine umana delle leggi che lo regolano e il ruolo determinante di chi è capace di influenzarne la formazione attraverso l'uso fascinoso del linguaggio che permette di vincere sull'interlocutore.

[modifica] Filosofia come educazione al non sapere

Socrate
Socrate

Paradossale fondamento del pensiero socratico, ostile a quello dei sofisti, è l'ignoranza, elevato a movente fondamentale del desiderio di conoscere. La figura del filosofo secondo Socrate è completamente opposta a quella del saccente, ovvero del sofista.

Le fonti storiche descrivono Socrate come un personaggio animato da un'idea del sapere come forma di ricerca, piuttosto che come erudizione intellettuale.

Egli diceva di ritenersi il più saggio degli uomini, proprio in quanto cosciente del proprio non sapere. Il senso della sua filosofia è quello di essere essenzialmente ricerca che caratterizza quella dotta ignoranza che permette di sviluppare lo spirito critico nei confronti di coloro che presumono di sapere in modo definitivo e invece non sanno rendere conto di quello che dicono[14].

Con lui si acquisisce piena consapevolezza della peculiarità del metodo di indagine filosofica (e dell'indagine intellettuale in generale, distinta da quella religiosa o mitica) basato sulla maieutica, ovvero sulla capacità, attraverso un dialogo serrato (che poi verrà riproposto, da Platone, nei suoi celebri dialoghi giovanili) fra il filosofo e coloro che lo ascoltano, di discernere la conoscenza vera dalla mera opinione soggettiva[15].

[modifica] Platone e la vera filosofia

Busto di Platone nel Museo Pio-Clementino
Busto di Platone nel Museo Pio-Clementino

[modifica] Filosofia come riflessione sulla politica

Quella che in termini storici possiamo chiamare "filosofia platonica", origina dalla riflessione sulla politica conseguente alla vicenda socratica. Come scrive Alexandre Koiré:

« Tutta la vita filosofica di Platone è stata determinata da un avvenimento eminentemente politico, la condanna a morte di Socrate.  »

Occorre tuttavia distinguere la "riflessione sulla politica" dall'"attività politica". Non è certo in quest'ultima accezione che dobbiamo intendere la centralità della politica nel pensiero di Platone. Come egli scrisse, in tarda età, nella Lettera VII del suo epistolario, proprio la rinuncia alla politica attiva segna la scelta per la filosofia, intesa però come impegno "civile".

Tuttavia i filosofi che vorrebbero dedicarsi alla meditazione [16] devono invece essere costretti all'arte del governo [17], in quanto, proprio perché disinteressati, essi sono i più affidabili come politici [18]. La riflessione sulla politica diventa, in altre parole, riflessione sul concetto di giustizia, e dalla riflessione su questo concetto sorge un'idea di filosofia intesa come processo di crescita dell'Uomo come membro della polis.

Fin dalle prime fasi di questa riflessione, appare chiaro che per il filosofo ateniese risolvere il problema della giustizia significa affrontare il problema della conoscenza. Da qui la necessità di intendere la genesi del "mondo delle idee" inteso come depositario della verità contrapposto al "mondo delle cose" mere "copie" delle idee,come frutto di un impegno "politico" più complessivo e profondo.

Tuttavia la vera educazione che assegnerebbe ai filosofi il diritto-dovere di governare non è quella dei sofisti ma quella descritta nel settimo libro della Repubblica dove, attraverso il mito della caverna, Platone delinea una formazione culturale che porti alla visione del mondo intellegibile [19] per la quale è vero, come sostenevano i sofisti, che spetta ai filosofi la funzione politica, ma non perché addestrati all'uso della parola ma in quanto depositari di quella luce della verità a cui essi sono giunti liberandosi dalle catene dell'ignoranza.

La loro formazione culturale quindi sopravanza quella dei non filosofi, in quanto essi saranno educati non solo tramite la ginnastica, la musica e le arti [20] ma con quelle scienze esatte come la matematica [21], la geometria che permettano loro di arrivare alla concezione intellettuale delle idee perfette ed immutabili [22]. Tramite la dialettica, l'ascesa dalle forme sensibili all'intellegibile, «il volgere dell'anima da un giorno tenebroso a un giorno vero», si giungerà alla «vera filosofia».

[modifica] I molti significati platonici della filosofia

Con Platone il termine filosofia ha raggiunto una tale vastità di significati che la storia della filosofia, a cominciare da Aristotele, non farà altro che svilupparne i vari aspetti che egli ha delineato [23],: filosofia quindi come:

  • sapere globale,
  • sapienza e pratica politica,
  • visione della perfezione intellegibile e distacco dai sensi,
  • scienza dei principi primi, scienza di tutte le scienze,
  • spirito critico per la contestazione e la verifica dei saperi particolari.

Questa forma di classificazione della filosofia nei suoi vari significati condizionerà tutta la tradizione filosofica occidentale successiva, almeno fino alle riflessioni filosofiche di Locke e Kant e a quelle della filosofia contemporanea, che metteranno in discussione la stessa possibilità della conoscenza filosofica in quanto tale.

A differenza di altri (come Aristotele) Platone non è un pensatore sistematico. I vari significati della filosofia sopra indicati appaiono e scompaiono in relazione alle fasi successive del suo pensiero. Essi si accompagnano quindi anche a una certa variabilità dei significati dei termini , in ragione dei periodi e talvolta in ragione anche di singoli dialoghi.

Si deve inoltre tenere presente che il senso della filosofia e quello dei suoi oggetti deve, per Platone, essere inseribile in un quadro cosmologico generale perfetto ed armonico su base matematico-geometrica (la sfera per lui era la struttura cosmica perfetta).

Per quanto egli ammetta il divenire come una forma incipiente di essere (a differenza del suo grande referente Parmenide che lo vedeva come non-essere), esso, in quanto imperfetto e passibile di disordine, esiste soltanto come evento variabile e mutevole che precede l'avvento della perfezione e dell'ordine di un essere che è anche verità.

Con queste premesse la realtà platonica è totalmente avulsa dalla realtà vissuta e vivibile dall'uomo comune. Il primato dell'idealità non è quindi solo gnoseologico, ma decisamente ontologico. Uno dei più importanti dialoghi della maturità, il Timeo, è molto significativo a questo proposito, e non a caso è stato il testo base per tutta la cosmologia mistica medioevale. È un inno alla perfezione "geometrica" di un cosmo che non è solo ideale ma del tutto reale, dove è rieccheggiato Pitagora che vedeva il numerologia mondo come basato sui numeri.

L'ontologia platonica riguarda quindi un Essere generale (governato dall'anima del mondo) che ha il suo fondamento nell'elemento etico (il bene), in quello estetico (la bellezza) e in quello gnoseologico (la verità). Sono infatti essi che si coniugano come fondanti, lo qualificano e lo definiscono. La materia (la fisicità) è quindi elemento del tutto irrilevante per Platone, in quanto, non possedendo verità non può essere posto come oggetto della vera filosofia.

[modifica] Aristotele: la filosofia come libertà

Lisippo. Busto di Aristotele
Lisippo. Busto di Aristotele

Gli anni che separano Platone da Aristotele sono relativamente pochi, eppure il tempo di crisi in cui si trova a vivere Aristotele è già profondamente diverso da quello del suo maestro. Nella metà del IV secolo a.C. la decadenza della libertà nella polis è ormai irreversibile di fronte alla potenza macedone.

Il cittadino greco non è più direttamente coinvolto nelle faccende del governo ed ormai è inglobato in un più vasto organismo statale del quale altri reggono le fila e quindi perde quella passione per la politica che aveva costituito la molla per la filosofia platonica. Da qui l'emergere per altri interessi conoscitivi ed etici che saranno caratteristici dell'età ellenistica.

Per Aristotele la filosofia è il più grande dei beni, dal momento che ha per scopo se stessa, mentre le altre scienze hanno per fine qualcosa di diverso da sé. Aristotele introduce una nuova concezione del sapere rispetto a quella della tradizione che collegava la sapienza all'agire e al produrre. Dedicarsi al sapere richiede la scholè, l'otium dei latini, un tempo assolutamente libero da ogni cura e preoccupazione legata alle necessità materiali dell'esistenza. «Primum vivere deinde philosophare», fare filosofia che è l'inclinazione della natura razionale di tutti gli uomini, e che solo i filosofi realizzano a pieno mettendo in atto un sapere che non serve a nulla ma che proprio per questo non dovrà piegarsi a nessuna servitù: un sapere assolutamente libero. La filosofia quindi:

  • presuppone di essere liberi da ogni bisogno materiale,
  • è essa stessa libera perché persegue il sapere per il sapere,
  • rende liberi dall'ignoranza.

La ricerca filosofia è nello stesso tempo difficile, perché deve affrontare la vastità del sapere, ma anche facile perché ognuno ha la capacità di cogliere qualcosa della verità. Talora la sua difficoltà nasce dal fatto che non siamo in grado di cogliere proprio le cose più evidenti, ma in fondo tutti possono contribuire alla ricerca della verità poiché questa è già nella storia. La filosofia non crea la verità ma la porta alla luce; la verità infatti è anche nelle opinioni comuni, nei filosofi del passato. La filosofia è come la nottola che vola intorno al tempio di Minerva al tramonto, quando cioè la luce della verità è già apparsa. Aristotele è dunque il primo storico della filosofia che, interpretando le dottrine altrui alla luce della sua , tende a vedere nel pensiero dei filosofi passati dei tentativi di arrivare alla verità della sua dottrina.

[modifica] Filosofia come scienza prima

Platone guardava il mondo secondo un'ottica verticale e gerarchica ed anche Aristotele in un primo tempo pensa che l'oggetto della filosofia debba essere il divino e che quindi essa sia la scienza più alta.

Nella maturità, con le mutate condizioni culturali e politiche, lo Stagirita guarda il mondo secondo un' ottica orizzontale per cui tutte le scienze hanno pari dignità. In questo modo Aristotele constata e giustifica la situazione culturale del IV secolo a.C. dove le scienze si rendono autonome dalla filosofia e si specializzano nel loro specifico settore della realtà.

Quindi la filosofia si differenzia dagli altri saperi perché invece di considerare la varie facce della realtà o dell'essere studia l'essere e la realtà in generale quindi tutte le scienze che studiano una parte del reale dovranno ora presupporre la filosofia che studia il reale in quanto tale.

[modifica] La filosofia come metafisica

La filosofia diventa la scienza prima, l'anima unificatrice ed organizzatrice delle scienze particolari. La filosofia come un'enciclopedia del sapere, essa non può essere altro che scienza o sapere globale.

Aristotele non enuncia direttamente il significato del termine ma sapere per lui vuol dire «conoscenza dei principi primi e delle cause» [24] quanto più una cosa infatti è realizzata nella sua natura tanto più essa è causa dell'essere delle cose che di tale natura partecipano. Ad esempio il fuoco non può eseere che la causa del calore delle cose calde in quanto esso realizza al massimo la sua natura calda. Aristotele cioè stabilisce una connessione logica e reale tra verità, causalità e essere.

Vi sarà quindi la scienza che studia gli enti nello spazio, la matematica, quella che studia gli enti che divengono, la fisica (che comprende tutte le scienze naturali), quella infine che studia l'ente in quanto ente e questa sarà la «filosofia prima» che, quando si dedica allo studio dell'ente supremo, si definisce come teologia.

La filosofia prima, che la tradizione filosofica chiamerà metafisica [25] , costituirà come teoria generale della realtà, il nucleo centrale, almeno fino a Locke, della filosofia.

[modifica] Ancora filosofia come saggezza

Matematica, fisica, filosofia prima, Aristotele le chiamerà filosofie teoretiche distinguendole da quelle pratiche (etica, politica) e da quelle poietiche (da poieo, produco) che riguardono la poetica e le discipline tecniche[26].

Nelle dottrine pratiche e poietiche rientra quella caratterizzazione della filosofia come saggezza che la filosofia prima come scienza escludeva dal suo ambito. Anzi, a differenza di Platone, Aristotele attribuisce dignità filosofica anche alle filosofie pratiche e poietiche non potendo sempre avere il sapere i caratteri precisi e definitivi come, ad esempio, quelli della matematica[27].

[modifica] L' impoverimento della metafisica

Epicuro
Epicuro
Per approfondire, vedi la voce Ellenismo.

Sia per il Liceo che per l'Accademia dopo la morte dei loro capiscuola il significato della filosofia tese a impoverirsi ma si arricchì la civiltà greca che si diffuse nel mondo mediterraneo, eurasiatico e in Oriente, fondendosi con le culture locali.

Dall'unione della cultura greca con quelle dell'Asia Minore, l'Eurasia, l'Asia Centrale, la Siria, la Mesopotamia, l'Iran, l'Africa del Nord, l'India, nacque una civiltà (323 a.C.-31 a.C.) - detta Ellenismo - che fu modello insuperato a livello di filosofia, religione, scienza ed arte.

Tale civiltà si diffuse dall'Atlantico all'Indo apportando un notevole impulso anche al diritto, alla politica ed all'economia che troveranno la loro piena realizzazione nel mondo romano.

La civiltà greca - da sempre legata con quella degli altri popoli mediterranei e del Vicino Oriente - si rinnovò al contatto diretto con la varie civiltà (egiziana, mesopotamica, iranica e di molti altri popoli) che via via - soprattutto in seguito alle conquiste di Alessandro Magno - venivano ad avere sempre più rapporti politici, economici e culturali con le città di lingua greca.

[modifica] La nuova definizione di filosofia

Per approfondire, vedi le voci Epicureismo, Stoicismo e Scetticismo.

Dal IV secolo a.C. la definizione di filosofia più diffusa è quella di Senocrate, secondo successore di Platone, che suddivide la filosofia in etica, politica e dialettica. [28].

Senocrate abbandona l'aspetto metafisico della dialettica platonica, intesa come ascensione al mondo intellegibile, e la riduce essenzialmente alla logica. Altrettanto avviene nel Liceo dopo la morte di Teofrasto: la filosofia prima, da studio metafisico dell'Atto puro, viene ora spostata sulla fisica nei suoi aspetti scientifici.

La tripartizione della filosofia di Senocrate è quella in vigore anche preso le correnti di pensiero degli epicurei, degli stoici e degli scettici.

Epicuro però sostituisce alla dialettica la canonica, una dottrina che fornisce i canoni, i criteri fondamentali per arrivare, tramite i sensi, alla verità poiché la salita all'intellegibile, sostiene Epicuro, sarebbe una via che va all'infinito [29] D'altra parte per Epicuro la filosofia è sostanzialmente etica [30].

Interesse primario per l'etica caratterizza anche il pensiero degli stoici, per i quali la filosofia è come un frutteto il cui muro di cinta che ne segna i confini è la logica, gli alberi sono la fisica e i frutti, gli oggetti più importanti, l'etica. [31]

[modifica] Filosofia e religione

Per approfondire, vedi la voce Filosofia latina.
Plotino
Plotino

Con la fine della polis e l'espansione dell'Impero romano, l'importanza che l'etica aveva avuto nella filosofia del periodo ellenistico assume ora un carattere religioso sia nei filosofi che nella gente comune. Siamo in un particolare momento storico, in cui l'uomo sembrava avvertire una profonda crisi interiore e si accorgeva della caducità della realtà sensibile. Era l'epoca del tardo ellenismo, un periodo di grandi difficoltà e sconvolgimenti, preludio della caduta dell'Impero Romano, ma culturalmente fecondo per la varietà di correnti filosofiche e religiose da cui fu caratterizzato e per il fatto che proprio allora stava cominciando a diffondersi il messaggio cristiano mescolato con altri culti (specie orientali).

L'espressione di queste nuovo sentire filosofico religioso è il neoplatonismo che viene fatto iniziare con l'attività di Plotino di Licopoli, che visse nella prima metà del III secolo e studiò ad Alessandria d'Egitto, dove fu allievo di Ammonio Sacca. Qui assimilò i fermenti culturali sia della filosofia greca che della mistica orientale, egiziana ed asiatica.

Di fronte alle incertezze del suo tempo, Plotino si rese conto di essere alle soglie di una nuova epoca, e sentì la necessità di ricorrere alla saggezza e alla sapienza degli antichi quali strumenti per mettere in salvo l'anima, purificandola dalle passioni ed elevandola all'intelligenza.

Plotino elaborò un'esegesi eclettica del pensiero platonico che integrava in esso dottrine aristoteliche e in parte anche stoiche, ispirandosi all'opera di filosofi precedenti come Numenio di Apamea, Alessandro di Afrodisia e Filone di Alessandria. Si rifaceva anche al pensiero razionalista di Parmenide e degli eleati basato sull'identità di essere e pensare, a partire dalla quale essi avevano ricondotto l'intera realtà all'unità.

Nella filosofia greca della tradizione si diffondono ormai interessi religiosi che vanno dalla filosofia mosaica di Filone d'Alessandria, al neoplatonismo, al neopitagorismo[32], alla diffusione delle opere dell'ermetismo[33].

[modifica] Per i romani la filosofia è arte di vita

Come in Cicerone[34] la filosofia specie quella latina, caratterizzata dalla diffidenza per la speculazione pura, dalla predilezione per la vita pratica e dall'eclettismo e che mira ad una compenetrazione del pensiero greco con la cultura romana, diviene arte di vita che viene sempre più intesa, come già diceva Platone, quale «esercizio di morte» [35] cioè metodo di preparazione all'abbandono del mondo terreno per l'ascesa a quello ultraterreno, il mondo delle idee.

Non a caso per Plotino è proprio questa la parte migliore, «la parte eccellente» del pensiero platonico [36]: quella dialettica platonica a cui ora si riduce l'intera filosofia, poiché la dialettica investe di sé, riprendendo la tripartizione di Senocrate, anche l'etica e la fisica [37].

[modifica] Contrasto fra filosofia e Cristianesimo

Con la diffusione del Cristianesimo, che tende a darsi una sua dottrina, la filosofia tradizionale subisce l'attacco di uomini di fede che la considerano pericolosa. Dice San Paolo: «Badate a non farvi ingannare con la filosofia» [38] [39]e così Tertulliano che accusa i filosofi di diffondere eresie. Si è vista inoltre un'anticipazione del fideismo cristiano nelle parole di Paolo quando afferma:

« Poiché, siccome nella sapienza d'Iddio, il mondo colla sapienza propria non ha conosciuto Iddio, piacque a Dio di salvare i credenti colla stoltezza della predicazione ... perché la follia d'Iddio è più sapiente degli uomini[40]»

Questo confronto fatto da Paolo, della follia del Vangelo con la sapienza terrena, può farsi risalire a una dichiarazione fatta dallo stesso Gesù[41]:

« Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché tu hai nascoste queste cose ai saggi e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Si, o Padre, perché tale è stato il tuo beneplacito. »

L'atteggiamento dei cristiani nei confronti della filosofia pagana si evolverà con i padri della Chiesa orientale. Scrive Clemente Alessandrino [42] che se si vogliono convertire i pagani bisogna conoscerne la cultura e il modo di pensare.

[modifica] Philosophia ancilla theologiae

San Tommaso d'Aquino
San Tommaso d'Aquino
Per approfondire, vedi le voci Patristica e Scolastica.

La filosofia al servizio, ancella, della fede è la concezione che troviamo sin dall'inizio dei rapporti tra filosofia e religione in Clemente Alessandrino [43], e in tutta la cultura medioevale da Alberto Magno: «ad theologiam omnes aliae scientiae ancillantur» [44], fino a san Tommaso e san Bonaventura.[45].

[modifica] La ragione deve dimostrare l'esistenza di Dio

San Tommaso dà una nuova sistemazione organica alla filosofia partendo dall'identificazione aristotelica con la metafisica: alla filosofia è innanzitutto assegnato il compito di dimostrare i praeambula della fede: occorre infatti la ragione, la dimostrazione razionale dell'esistenza di Dio per accettarne le verità rivelate.

Ulteriori compiti della filosofia saranno poi quello di mostrare con similitudini l'intima coerenza razionale delle verità di fede e di difendere razionalmente la dottrina cristiana dalle obiezioni dei pagani.

[modifica] Ockham: la filosofia si separa dalla religione

Il Rasoio di Occam: la verità è semplice
Il Rasoio di Occam (Ockham's Razor) è una pietra di paragone della filosofia della scienza. Guglielmo di Ockham suggerì che tra le diverse spiegazioni di un fenomeno naturale si dovesse preferire quella che non moltiplica enti inutili,(entia non sunt multiplicanda.) L'esempio più classico si riferisce alla questione sulla generazione dell'universo: da un lato si può ipotizzare un universo eterno, o generato da sé o per motivi sconosciuti; dall'altro, un universo generato da una divinità, la quale a sua volta è eterna, o generata da sé o per motivi sconosciuti. In questo senso, la prima versione non postula enti inutili (la divinità), ed è quindi preferibile. Oggi, comunque, si tende a definire la teoria del Rasoio di Occam come la scelta più semplice. Guglielmo di Ockham non suggeriva che essa sarebbe stata quella vera, né che sarebbe stata più vicina alla verità; si può però notare da un punto di vista storico che generalmente le teorie 'più semplicì hanno superato un numero maggiore di verifiche rispetto a quelle 'più complesse'.[46]

Il Rasoio di Occam è stato solitamente usato come una regola pratica per scegliere tra ipotesi che avessero la stessa capacità di spiegare uno o più fenomeni naturali osservati.

Siccome per ogni teoria esistono generalmente infinite variazioni egualmente consistenti con i dati, ma che in alcune circostanze predicono risultati molto differenti, il Rasoio di Occam è usato implicitamente in ogni istanza della ricerca scientifica. Consideriamo ad esempio il famoso principio di Newton "Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale ed opposta".

Una teoria alternativa potrebbe essere: "Per ogni azione c'è una reazione uguale ed opposta, eccetto il 12 gennaio 2055, quando la reazione avrà metà intensità." Questa aggiunta apparentemente assurda viola il principio di Occam perché è un'aggiunta gratuita, come pure farebbero infinite altre teorie alternative. Senza un regola come il Rasoio di Occam gli scienziati non avrebbero mai alcuna giustificazione pratica o filosofica per far prevalere una teoria sulle infinite concorrenti; la scienza perderebbe ogni potere predittivo.

Sebbene il Rasoio di Occam sia la regola di selezione tra teorie, non basata sull'evidenza, più ampiamente usata e filosoficamente comprensibile, ci sono oggi approcci matematici simili basati sulla teoria dell'informazione che bilanciano il potere esplicativo con la semplicità. Uno di questi approcci è l'inferenza sulla minima lunghezza di descrizione (Minimum Description Length).[47]

Per approfondire, vedi la voce Filosofia moderna.

Non tutti i pensatori di questo periodo però concordano su questa funzione della filosofia come sostegno razionale della fede. Guglielmo di Ockham sostiene infatti che «gli articoli di fede appaiono falsi ai sapienti, cioè a quelli che si affidano alla ragione naturale» [48], contestando il fideismo acritico che si era avuto con Tertulliano.

Con Ockhman viene in evidenza un problema già sollevato da Averroè [49], che assegnava alla filosofia il riflettere e lo speculare e alla religione l'amore per Dio e l'agire di conseguenza. La duplicità nasceva dal fatto, noto da tempo, che i frutti della ragionamento spesso non coincidono con quelli della credenza. Questa posizione di Averroè veniva battezzata dagli Scolastici "doppia verità" e tale espressione si affermerà per indicare ogni discrasia emergente tra fede e ragione.

Il dibattito sull'armonia di ragione e fede, il problema medioevale dell'intellectus fidei proseguirà ancora ma ciò che conviene notare è che la filosofia, messa di fronte al rapporto con la religione, comincia a rivendicare a a delineare una sua propria autonomia.

Va ricordato che già prima di Ockham ciò veniva ribadito in ambito cristiano da Duns Scoto (1265-1308), che in Opus Oxoniense [50] aveva riproposto in termini positivi la posizione del mussulmano Averroè.

[modifica] Filosofia e scienza

[modifica] La nuova concezione della natura

La stessa definizione dell'ambito della filosofia, la sua autonomia, sarà da specificare nell'età moderna nei confronti della scienza sperimentale e matematica della natura. Cambia nell'umanesimo la visione dell'uomo non più legato alla divinità: un uomo tutto naturale, che vive naturalisticamente.

Una scarsa considerazione della natura aveva caratterizzato il pensiero neoplatonico fino all'età moderna; durante il predominio della filosofia cristiana, dove si distingue nettamente il creatore dal creato, il naturalismo era stato messo completamente da parte. Anzi le dottrine naturalistiche, fatte risalire alla versione meccanicistica dell'epicureismo, venivano considerate empie, in quanto negatrici dei dogmi cristiani dell'esistenza di Dio, dell'immortalità dell'anima, di tutto quello che si riferiva al soprannaturale.

Il naturalismo torna prepotentemente nell'età rinascimentale, riprendendo in un certo modo l'antica visione panteistico vitalistica o materialistica-meccanicistica degli antichi. Alla prima concezione della natura appartengono Telesio, Bruno e Campanella con la loro visione di un Dio che s'identifica nella natura stessa, che vive nella stessa perfezione dei fenomeni naturali, mentre la interpretazione materialistica la si ritrova in tutte quelle filosofie rinascimentali caratterizzate da una ripresa dello stoicismo. La dottrina di Giordano Bruno è la sintesi, intrisa di magia, di queste due tendenze: egli concepirà la natura naturans e quindi Dio come mens insita omnibus che come il pneuma degli stoici dà vita a tutto l'infinito universo.

Ora la natura dove l'uomo agisce non è più corrotta dal peccato e quindi l'uomo può ben operare nel mondo e può trasformarlo con la sua volontà. Questi uomini nuovi non sono atei ma hanno una nuova religiosità. L'uomo del Medioevo sta con i piedi sulla terra ma guarda al cielo: la filosofia medioevale era impostata su una dimensione verticale dell'uomo, nel pensiero moderno prevale la dimensione orizzontale, perché Dio è nella natura stessa. L'ansia di perfezione che caratterizza l'opera di Leonardo da Vinci è in fondo il tentativo di raggiungere Dio nella natura. Nasce l'esigenza di una nuova religiosità che metta in contatto diretto, senza nessuna mediazione, l'uomo con Dio. L'uomo solo, individuo, in rapporto a Dio, sarà questo il fulcro della Riforma.

[modifica] La perdita dell'unità medioevale del sapere

Il sapere medioevale era enciclopedico, armonioso, coordinato e orientato verso Dio inteso come culmine della verità, quadro che tiene assieme i vari saperi. Ragione e fede procedevano assieme. Dopo Ockam filosofia e teologia sono autonome e anzi si contrastano.

Nel M.E. per quanto disordinata e approssimativa fosse la vita, il papato e l'impero costituivano dei punti di riferimento ben saldi, e per alcuni speranza d'ordine e di legalità universale (Dante). Ora salta il quadro di riferimento religioso, la cornice che tiene assieme il mosaico del sapere.

[modifica] La specializzazione delle scienze

Si smarrisce il senso della stabilità culturale e politica. Le scienze diventano autonome e specialistiche, si perfezionano ma non comunicano più tra loro. Tutto si risolve nel singolo, nella individualità del Principe che tende a fare della propria esistenza un'opera unica e irripetibile.

[modifica] La Politica, scienza naturale

Machiavelli
Machiavelli

Il pensiero rinascimentale estende il concetto di naturalità, così come era accaduto con i sofisti, non solo alla considerazione della scienza naturale, ma anche a quell'ambiente naturale in cui vive l'uomo: lo Stato, e la scienza naturale che studia lo stato è la Politica.

Vera scienza naturale perché determinata da principi naturalistici e autonoma da tutte le altre scienze. Il pensiero politico di Machiavelli ora considererà suo oggetto di studio l'essere, le cose come stanno effettivamente e non più il dover essere, le cose come dovrebbero essere o come si vorrebbe che fossero. Una concezione storicistica e naturalistica assieme della vita dell'uomo simile a quella delle vicende della natura: come in questa nulla cambia così avviene, nonostante le apparenti trasformazioni, anche per la storia dell'uomo.

[modifica] L'utilità del sapere

René Descartes
René Descartes
L'inutilità della filosofia
«Mi trovai intricato in tanti dubbi ed errori, che mi sembrava di avere tratto nel tentativo di istruirmi un unico utile: la crescente scoperta della mia ignoranza...Mi si era fatto credere che con lo studio avrei acquistato una conoscenza chiara e sicura di tutto ciò che è utile alla vita». [51]

Sin dall'inizio della storia della filosofia si è posto il problema della inutilità pratica della filosofia; basterebbe ricordare l'aneddoto che racconta di Talete che per osservare le stelle con il capo rivolto verso l'alto cascava nelle buche che si trovavano sul terreno. Così anche Aristofane nelle Nuvole ridicolizzava Socrate ponendo il personaggio che lo rappresentava in una cesta sollevata in alto sulla scena, volendo far intendere come il filosofo fosse colui che ha la testa tra le nuvole, perso in astratte, inutili speculazioni.

Il matematico Imre Toth, che si è dedicato a definire i rapporti tra la creazione matematica e la speculazione filosofica, ha osservato come le altre scienze come la medicina, l'astronomia non si pongano domande sulla loro specificità, ovvero sulla definizione di sé stesse, come fanno invece la filosofia e la matematica che continuano a interrogarsi sui limiti e le possibilità della propria forma di conoscenza. Appare evidente l'inutilità di quella domanda per le scienze che si autogiustificano per la produzione di risultati pratici, sia in positivo che, talora, in negativo: cosa di cui invece la filosofia non si preoccupa.
Altresì manca per il pensiero filosofico un criterio di verificabilità sperimentale che possa stabilire se ciò che esso afferma sia vero o falso; la filosofia stessa, infatti, è soggetta a una continua ridefinizione del criterio di verità con cui essa legittima, le proprie conclusioni. Quindi la filosofia risulterebbe, alla fine, un girare a vuoto su se stessa e costituita da teorie che si contraddicono a vicenda; eppure di essa non si riesce a sbarazzarsene. Opponendosi alla filosofia si fa ancora filosofia. La tematica della circolarità del pensiero filosofico può portare ad esiti scettici, ovvero a considerazioni di tipo ermeneutico, secondo le quali proprio questa circolarità del pensiero filosofico costituisce la specificità e la potenzialità proprio della filosofia, che la differenzia dalle altre forme di conoscenza.

Falliti infatti i tentativi positivistici di ridurre la filosofia a scienza ci si è resi conto che l'oggetto della filosofia non sono gli oggetti naturali che studiano le scienze ma l'uomo stesso. L'uomo che indaga l'uomo, questo è ciò che caratterizza il filosofare che ha conseguito risultati concreti nel corso della sua lunga storia rendendo coscienti alla mente dell'uomo principi e valori universali prima inespressi o semplicemente intuiti.

Se noi oggi consideriamo chiaro ad esempio quello che diciamo quando parliamo di libertà dimentichiamo che questo concetto appare per la prima volta nelle "Etiche" di Aristotele. Nella "Grande Etica", e nell' "Etica Eudemia" Aristotele parla però non di libertà, come noi oggi la intendiamo, ma di eleutheros, eleutheria che in greco antico connotava soltanto la condizione sociale dell'uomo libero in rapporto a uno schiavo. Aristotele non disponeva ancora di un termine equivalente al concetto che noi oggi abbiamo di libertà. Ed è proprio da Aristotele che è cominciata la lunga storia che ha portato alla coscienza riflessa del significato di quel termine, ora diventato per noi banalmente chiaro e che la filosofia continuerà ad arricchire di significati nel futuro.[52] Come afferma Remo Bodei:«la filosofia ha avuto il merito di essere, e di continuare a essere, un laboratorio in cui concetti e valori vengono collaudati, vengono sperimentati e se ne osserva la tenuta rispetto alla discussione che si svolge nell'intera società. Quindi la filosofia ha il senso di creare in un mondo che cambia continuamente, in generazioni che si susseguono, in mentalità che si incontrano, questo spirito che è quello della ricerca critica, della vigilanza e persino del dubbio».[53]

Come nota Paul Ricoeur, [54] nel realizzare questo suo compito la filosofia esprime un valore unificante nell'assicurare, nella diversità dei linguaggi, la loro connessione reciproca. Dobbiamo al pensiero filosofico se la cultura europea occidentale non si sia frantumata e parcellizzata, perdendo il senso della sua unità, di fronte alla specializzazione dispersiva dei vari saperi tecnologici. Mentre infatti la filosofia si sviluppa unitariamente cercando di risolvere le domande di un'epoca, ma tenendosi collegata a quelle passate, «nella storia delle scienze ci sono rotture, discontinuità, denominate fratture epistemologiche» [55] che fanno del percorso della scienza un cammino continuamente interrotto.


Di fronte alle acquisizioni scientifiche galileiane della verità oggettiva va in crisi quello che Galilei definì il mondo di carta [56]. Secondo alcuni interpreti la filosofia della natura rinascimentale intrisa di magia o che riprendeva la ricerca della sostanza dell'antica filosofia greca [57] sembrava non potesse reggere dinanzi al nuovo sapere scientifico; secondo altri, invece, fu proprio il rinnovato interesse per la magia, rimasto alquanto sopito durante il Medioevo, a causare lo sviluppo del sapere scientifico [58]

Va quindi in crisi non solo l'antica fisica aristotelica ma la stessa metafisica che già nel medioevo serviva essenzialmente come strumento già pronto per sostenere la conversione alla fede, obiettivo primario degli scolastici. La filosofia per la scolastica va utilizzata per dimostrarne il profetico contenuto cristiano (Platone ad esempio diviene profeta dell'avvento del Cristianesimo) o va adoperata per confermare o dare sostegno filosofico, con gli strumenti filosofici dei grandi pensatori del passato, alla dottrina cristiana [59]

Gli uomini di cultura laica dell'età moderna rifiutano il linguaggio della metafisica medioevale che a loro appariva farraginoso, astratto e formale. Cartesio infatti ora assegnerà alla filosofia un nuovo senso, occorrerà egli dice che: «un uomo dabbene, che non ha l'obbligo di aver letto tutti i libri né di aver imparato con cura tutto ciò che s'insegna nelle scuole» possa avere un sapere che gli consenta di affrontare e risolvere i problemi quotidiani dell'esistenza [60].

Esigenza questa di una filosofia ordinata sistematicamente e utile all'uomo già sentita da Bacone che distingue la filosofia naturale (le scienze sperimentali), la filosofia umana (logica, psicologia e etica) e la filosofia civile (la politica). Alla base di tutte la filosofia prima [61]

In questo nuovo significato del filosofare risolutivo, che dà soluzioni, Cartesio riprende il suo ambito tradizionale per il quale la filosofia è come un «albero le cui radici sono la metafisica, il tronco la fisica, e i rami che se ne dipartono tutte le altre scienze» [62]. Ritorna qui l'impostazione aristotelica della filosofia come scienza prima nel cui ambito acquistano senso e significato tutte le altre scienze particolari.

La vera novità di Cartesio nell'uso del filosofare sarà il metodo - di cui anche Bacone aveva sentito l'esigenza come novum organum, nuovo strumento del sapere cui però non era riuscito ad indicare le regole - applicato secondo un'impostazione geometrica e algebrica alla scomposizione e composizione dei problemi filosofici [63].

L'uso del metodo per l'analisi e la soluzione di problemi metafisici, etici, cosmologici diverrà prevalente nei filosofi seguenti come Spinoza e Leibniz.

[modifica] La filosofia e il metodo scientifico

La filosofia non si è mai fondata sul metodo sperimentale proprio della scienza moderna, come del resto appare evidente anche nella filosofia antica e medioevale(va tuttavia ricordato che il metodo scientifico è un'acquisizione successiva, a queste epoche). Quando Democrito ad esempio parlava degli atomi aggiungeva che questi «si vedevano con gli occhi della mente». Ma anche i filosofi scienziati come Bacone e Cartesio e lo stesso Leibniz che per primi sentirono l'esigenza di un metodo certo, che fondasse in modo indubitabile la loro conoscenza, hanno poi distinto la loro speculazione filosofica dalle loro opere più strettamente scientifiche.

Alcuni autori come Kant e Wittgenstein, pur nella distanza storica che li separa, concordano che l'assenza di una forma di verifica empirica in filosofia è una caratteristica epistemologica essenziale di questa dottrina, la quale rifiuta ogni commistione con le scienze sperimentali pur ritenendosi legittimata ad accedere alle risultanze della scienza, per adeguarvi i propri concetti. Per esempio questo si è verificato nella corrente dello spiritualismo con Bergson.

Appare chiaro comunque che la filosofia non è una scienza sperimentale anche quando essa dedica la sua attenzione all'esame dei fatti empirici, collimando così con discipline quali la sociologia, la pedagogia, la politica etc. La filosofia in questi ambiti considera i dati empirici ma non si limita a catalogarli; piuttosto, essa studia questi dati concreti nell'ottica di una teorizzazione critica. Così per esempio Aristotele prenderà in considerazione le costituzioni delle città greche della sua epoca ma se ne servirà nella Politica per dedurne delle considerazioni teoriche di carattere universale.

Sin dai suoi inizi la filosofia sembra talora indirizzarsi verso un linguaggio di tipo matematico o logico formale;essa però non ha mai finito per esaurirsi in una mera simbolizzazione formale dei concetti, anche se Leibniz per primo poneva l'esigenza di risolvere i problemi filosofici per mezzo di un calcolo logico universale. Se oggi la filosofia analitica deve necessariamente ricorrere alla logi