Antinoo (Adriano)
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Ritratto di Antinoo detto “di Ecouen”, scoperto nel XVIII secolo nella villa Adriana a Tivoli, oggi al Museo del Louvre di Parigi
Antinoo (in greco Αντίνοος; Bitinia, 29 novembre 110 – Egitto, 30 ottobre 130) è stato un compagno dell'imperatore Adriano.
La vicenda storica di Antinoo
La vicenda storica di Antinoo, il celebre amasio dell’imperatore Adriano, è ancora oggi particolarmente oscura e neppure l’enorme celebrità di cui il fanciullo godette da vivo, e soprattutto da morto, può aiutare a svelarne i reconditi misteri. Eppure nessuno tra i mortali, tranne gli imperatori romani, poté come lui diventare un dio e questo avvenne, se si esclude la forte caratterizzazione egizia del suo culto, in un ambito religioso, come quello greco, che aveva sempre evitato una simile possibilità, tranne che ovviamente in età ellenistica, quando anche i sovrani, a partire da Alessandro Magno, vollero essere equiparati a delle divinità. Si trattò di un caso unico ed irripetibile nella storia e nella religione dell’antichità, di una vicenda umana ben presto mitizzata, anzi dell’ultimo e “reale” mito della classicità. Ma chi fu storicamente Antinoo? E’ difficile rispondere, perché ben poco sappiamo di lui, almeno sino al suo incontro con l’imperatore Adriano. Nacque certamente in Bitinia, in Asia Minore, ma non si sa precisamente in quale anno, forse nel 110 d.C., un 27 novembre, perché in tale giorno il Collegio dei Culti di Diana e di Antinoo a Lanuvio, vicino Roma, ne celebrava il giorno di nascita. Lo si ricava da numerose iscrizioni lì ritrovate. Le iscrizioni sono in C.I.L. I, 5; II, 11; XIV, 2112.
Viaggi di Adriano
Il primo viaggio in Oriente di Adriano fu tra il 123 d.C. e il 125 d.C. Nel cap. 13 Sparziano è molto laconico al riguardo dicendo: “In seguito si imbarcò per l’Asia e per le isole achee”. Dalle numerose iscrizioni, emissioni monetali, dediche di monumenti e di statue, di cui Adriano costellò il suo lungo viaggio, sappiamo che visitò dell’Asia Minore le province della Misia, della Lidia, della Caria, della Pamfilia, della Pisidia, della Licaonia e appunto della Bitinia che, insieme alla Cilicia e alla Frigia, ne celebrò l’arrivo come “restauratore”. Adriano in quell’occasione fece speciali concessioni alla terra di Antinoo, come un organo politico detto “Concilium”, che si rapportasse autonomamente con Roma. Un tempo, unita al Ponto, Augusto aveva reso la Bitinia una provincia proconsolare indipendente, ma allora Adriano riedificò le città di Nicomedia e di Nicea e la provincia da senatoria diventò imperiale, dal momento che il Senato, per questo motivo, fu ricompensato con la più ricca Pamfilia.
L'incontro
Come mai l’imperatore nutrì un particolare interesse per una provincia, la Bitinia appunto, allora di scarso interesse, senza particolare importanza storica, religiosa e politica, anzi ai confini dell’Impero e vicina al territorio dei bellicosi Parti? E’ vero che Traiano vi aveva mandato come corrector Plinio il Giovane, ma all’epoca di Adriano molte città erano in decadenza in quella regione. La risposta, credo, sia certamente da ricercare in quell’incontro col giovane bitinio (appunto Antinoo, forse non di origine servile, come i detrattori dell’imperatore vollero far credere), che segnò tutta la vita futura dell’imperatore e di cui non sappiamo storicamente nulla, neppure il luogo, la data e le modalità precise. Claudiopolis, la città natale di Antinoo, non era neppure tra le più importanti della provincia. Di recente fondazione non certamente poteva allora attirare l’interesse di Adriano, che, col fanciullo ormai al suo seguito, proseguì sino a raggiungere le coste del Mar Nero, più precisamente a Trebisonda. Dall’incontro in Bitiania Antinoo fu certamente sempre nel corteo dell’imperatore che viaggiava con lui per il vasto Impero, anche se le fonti storiche espressamente non lo affermano, ma lo lasciano intuire. Dopo tre anni passati in Oriente e in Grecia, con Antinoo, Adriano tornò di nuovo a Roma nel 126 d.C., passando però per la Sicilia. A Roma rimase poco, poiché, sempre lo storico Sparziano, prosegue al capitolo tredicesimo della sua biografia di Adriano: E di qui andò in Africa; mai nessun principe ha girato con più rapidità tanti paesi. Era ormai l’estate dell’anno 128 d.C. e Cartagine prese, per l’occasione, il nuovo nome di Aelia, quello della famiglia imperiale, mentre molti municipi e colonie africane, soprattutto nella grecissima Cirenaica, assunsero la nuova indicazione di Adrianopoli. E Antinoo certamente era ancora sempre con lui, anche se le fonti storiche, alquanto parsimoniose nei riguardi di questi viaggi e in modo particolare nei confronti del giovane bitinio, mai espressamente lo affermano. Ritornato di nuovo a Roma, l’imperatore col suo corteo di fedelissimi ripartì, per la seconda volta, per raggiungere Atene, l’Asia Minore, la Siria e per ultimo l’Egitto, dove Antinoo tragicamente morì. In questo caso l’imperatore ritornò per la seconda volta negli stessi luoghi, da poco appena visitati, quasi seguendo lo stesso itinerario precedente svolto, appunto, con Antinoo. E’ da credere che questo sia avvenuto non solo per il grande amore che l’imperatore aveva per la cultura greca, ma anche, forse, per ricordare esperienze passate e particolarmente felici, luoghi già visitati con qualcuno a lui molto caro; e chi se non Antinoo? In Siria egli arrivò nel 130 d.C.. Sul monte Casio, là dove secondo Plinio il Vecchio, verso “la quarta vigilia”, appariva il sole di modo che si poteva contemporaneamente osservare il giorno e la notte, Adriano fu colpito da un singolare episodio che certamente lo turbò molto, come turbò molto pure Antinoo: un fulmine, a causa dello scatenarsi di un temporale, uccise contemporaneamente sia la vittima, che l’imperatore intendeva sacrificare a Giove, sia il sacerdote. Ce ne parla, al solito, Sparziano, in altri casi avarissimo di notizie. Quell’episodio dovette dare l’inizio ad una serie di turbamenti, di eventi particolari, che culminarono quello stesso anno con la morte di Antinoo. Non è da escludere che l’imperatore, vicino certamente al sacerdote, dovette miracolosamente scampare alla morte. Nel superstizioso mondo romano questo episodio particolarmente infausto dovette scatenare una serie di maldicenze, accentuatesi con l’evolversi degli eventi. Di lì il corteo imperiale proseguì in Giudea. A Gerusalemme era ancora di stanza la Decima Legione; e fu certamente essa, per ordine di Adriano, ad iniziare la costruzione della città col nuovo nome di Aelia Capitolina, la qual cosa scatenò immediatamente una rivolta popolare, che venne definitivamente sedata dopo alcuni anni, direttamente dall’imperatore. Dalla Giudea il viaggio proseguì in Arabia e nel suo maggiore centro Bosra, che assunse per questo il nome di Adriana. L’imperatore le preferì certamente Petra, poiché le sue monete portano scritto: Adriana Petra Metropoli.
Il viaggio in Egitto
Di lì si raggiunse l’Egitto. Adriano da Petra si recò in Egitto nell’autunno del 130 d.C. e, come concordano Sparziano e Dione, visitò l’importante porto di Pelusio, ove erano conservate le spoglie di Pompeo in un sontuoso monumento fatto costruire da Giulio Cesare. Adriano lo fece restaurare componendo versi in quell’occasione, come ci testimoniano Dione (LXIX, 11) e Appiano (II, 86). Il corteo imperiale in seguito raggiunse Alessandria, dopo Roma, allora, la città più importante dell’Impero. Celebri erano il suo tempio dedicato a Serapide, la tomba di Alessandro Magno, di cui ancora sopravviveva il culto (il corpo, in base a quanto attestano le fonti antiche era in un grande sarcofago con coperchio di vetro, dopo che quello d’oro di epoica tolemaica era stato rubato), il palazzo imperiale dei Tolomei, il Museo con l’annessa grande Biblioteca, bruciata al tempo di Giulio Cesare, i teatri, gli ippodromi. Tutti questi edifici, insieme alle splendide opere d’arte che vi erano contenute, costituivano un insieme unico e di meravigliosa bellezza per quei tempi. Adriano era stato un benefattore della città, ma i cittadini di Alessandria si mostrarono allora alquanto ostili e ingrati. Lo testimonia lui stesso in una lettera inviata al cognato Lucio Giulio Serviano e riportata dallo scrittore siracusano Flavio Sopisco, vissuto agli inizi del IV sec.d.C., nella sua vita dell’imperatore Saturnino nell’Historia Augusta, e forse desunta dalla biografiua di Adriano di Flegone: “ Io le ho fatto (ad Alessandria d’Egitto) grandi concessioni, le ho ridato gli antichi privilegi ed anche molti di nuovi, tanto che i cittadini sono venuti a ringraziarmi personalmente; e tuttavia appena ho lasciato la città, essi hanno sparlato in modo indegno del mio diletto (figlio?) Vero. Di ciò che hanno detto di Antinoo, credo che tu sia stato già informato”. La lettera fu scritta dopo la partenza dell’imperatore e deve ritenersi abbastanza verosimile, anche se la dicitura di console data a Serviano, che fu tale solo nel 134 d.C., può essere stata aggiunta successivamente. Comunque, certamente, allora furono diffuse ad arte dagli alessandrini molte maldicenze sull’imperatore, ma ciò non colpisce particolarmente se si considerano le parole dell’apologeta cristiano Dione Crisostomo nei confronti dei non cristiani (Orat. XXXII, 472): “Rifiuti di tutto il mondo, nemici di ogni cosa sana, schiavi di ogni tipo di piacere, dilettantisi solo di teatri e di circhi”. La definizione in questo testo di filius meus data al favorito Lucio Ceionio Comodo Vero è, come già notato, da interpretarsi diversamente, perché egli fu adottato dall’imperatore col nome di Lucio Elio Cesare solo nel 136 d.C..
L'altro favorito: Lucio Elio Cesare
Dal momento che nel testo è ricordato insieme a Antinoo, conviene ora parlarne, anche perché in quel tempo, era al seguito dell’imperatore in Egitto. In quell’anno era pretore e di lì a poco avrà come figlio quel Lucio Vero, che guiderà brevemente le sorti dell’Impero insieme a Marco Aurelio dopo la morte di Antonino Pio. Il pedante Sparziano, che gli dedica una biografia piuttosto breve, lo definisce al capitolo quinto, di eccezionale bellezza: “comptus, decorosus, puulchritudinis regiae, oris venerandi”, ma anche particolarmente crapulone, poiché lo stesso scrittore ricorda un suo pasticcio mangereccio, detto pentaformacum, che oggi, in base ai nostri gusti, sarebbe particolarmente ributtante, dal momento che le componenti erano date da mammelle di scrofa, parti di fagiano, pavone, maiale e cinghiale, tenute insieme col miele. Inventò poi un letto artistico con cortine di rete, particolarmente comodo, per leggervi gli Amores di Ovidio e, pensate un po’, faceva vestire i suoi veloci messaggeri come amorini (veramente il massimo del cattivo gusto!). Per fortuna, giudicate voi che cosa sarebbe stato altrimenti dell’impero romano, premorì, di stravizi, ad Adriano nel 138 d.C.. Quanta differenza col giovane Antinoo, che non meritò particolari attenzioni da parte di Sparziano, forse perché non fu padre di un imperatore al contrario di Lucio Elio Cesare. Adriano sembra nella sua lettera essere stato colpito nel vivo dagli Alessandrini proprio per le loro maldicenze su Antinoo, se è vero che, fastidiosamente, le sorvola.
Sabina in Egitto
Prendeva parte al viaggio in Egitto anche la consorte Sabina, che tra le sue dame di corte aveva una poetessa greca, originaria di Taormina in Sicilia, come attesta un’iscrizione lì rinvenuta.I suoi versi, ancora incisi su uno dei Colossi di Memnone a Tebe, testimoniano che il viaggio avvenne appunto nel 130 d.C. e che il corteo imperiale era lì presente, dopo la morte di Antinoo, nei giorni 20-21 novembre. Sabina morì alla fine del 136 d.C.- inizio del 137 d.C.e qualcuno, citato sempre da Sparziano, diffuse la notizia di un veneficio da parte del consorte: “non sine fabula veneni ab Hadriano”. Viceversa lo storico Aurelio Vittore parla addirittura di suicidio, perché si riteneva trattata come una schiava, come pure scrive che più volte ella affermasse essere il carattere di Adriano così mostruoso da non aver voluto mai restare incinta da lui. Certamente tra i due i rapporti non dovettero mai essere molto sereni. Del resto non è neanche da escludere che queste dicerie sul loro conto fossero fomentate ad arte, considerando anche quella “mala lingua” dello storico Svetonio, allontanato dal palazzo imperiale proprio da Adriano per i suoi tentativi di cospirazione con Sabina, che avevano l’appoggio del Senato.
Suicidio o omicidio o fatalità della morte di Antinoo
Ritorniamo ora di nuovo a quel viaggio in Egitto. Furono allora visitate certamente, a sud, Menfi e la vicina Eliopoli sino a raggiungere Besa, sulla sponda destra del Nilo, di fronte alla città di Ermoupoli. Ed è qui che avvenne in modo drammatico la morte di Antinoo. Fu un incidente o un “sacrificio” accettato volontariamente o imposto? Cioè un suicidio o un omicidio? Sapeva il ragazzo che immergendosi nel Nilo, secondo un antico mito egiziano, ne sarebbe uscito divinizzato? In realtà non si hanno prove per nessuna di queste ipotesi. Le stesse fonti storiche sono assai ambigue al riguardo. Sparziano, al capitolo 14, lascia la questione in gran parte insoluta: “Il suo Antinoo, mentre navigava sul Nilo, perse e lo pianse femminilmente. Gli decretò ogni sorta di onori, dalla creazione di numerosissime statue alla fondazione di una città, Antinoupolis, nel luogo dove quello annegò, dalla dedica di templi e dalla sua ammissione tra gli dei alla diffusione della voce della sua metamorfosi in una stella”. Dione Cassio (LXIX,11) afferma, dopo circa quarant’anni dalla morte dell’imperatore, che Antinoo si sacrificò spontaneamente per Adriano, che, dilettandosi di arti magiche, aveva bisogno, per essere iniziato in esse, del sacrificio “volontario” di un amico; inoltre riferisce che l’imperatore stesso avrebbe scritto l’essere Antinoo caduto nel Nilo, ma accenna anche all’ipotesi che sia stato, o si sia, sacrificato per rendere attuabili oscure pratiche di magia del sovrano, oppure per allontanare dal capo di lui un pericolo mortale. Evidentemente Dione era persuaso che Adriano - e chissà mai perché - avesse deciso di privarsi della persona al mondo che più amava e avesse decretato la morte del suo amasio. Poi, però, ammette Dione, l’imperatore si era dimostrato molto riconoscente e, dopo aver fatto seppellire il suo amato, lo aveva ricompensato, non soltanto fondando una città proprio a Besa, nel luogo in cui il giovane aveva incontrato la morte, ma anche dandole il nome di Antinoopoli. Ci sono, dunque, alcune ipotesi sulla morte di Antinoo nella Historia Augusta e che non convincono affatto. La prima, simile a quella proposta da Dione, è quella secondo la quale Antinoo si sarebbe sacrificato e lasciato affogare dopo che qualcuno gli aveva dichiarato che soltanto la sua volontaria morte avrebbe potuto salvare la vita dell’imperatore. Meglio Dione in questo campo: almeno lui trova un qualificato responsabile, lo stesso Adriano. Elio Spaziano aggiunge che Antinoo era morto per “quello che suggeriscono sia la sua bellezza che la sensualità di Adriano”. Antinoo era profondamente amato dall’imperatore, aveva tutto quello che si poteva desiderare. Molti nella corte di Adriano avrebbero voluto vederlo morto. Era, tuttavia, chiaro che se mai Adriano, una volta scomparso Antinoo, avesse intuito che questi era stato assassinato da uno della sua corte, lo avrebbe severamente punito. Sabina, la moglie trascurata e odiata, era anch’ella presente in Egitto con Adriano e Antinoo, ma non dovette mai esser stata sospettata come mandante dell’assassinio di Antinoo. Niente di particolare in seguito accadde e Adriano, dopo aver pianto il suo amato giovane, e averlo onorato in ogni modo possibile, si allontanò con tutto il corteo imperiale proseguendo il suo viaggio verso l’interno dell’Egitto. Le cronache riportano che Adriano si recò con Sabina a vedere i colossi di Memnone ed udire il loro canto all’apparire del sole. Se Adriano avesse anche lontanamente supposto una partecipazione della moglie nella morte del giovane non avrebbe proseguito il suo viaggio con lei. Comunque ormai Antinoo era morto e non c’era niente altro da fare che piangerlo. Elio Sparziano insinuò che Adriano lo pianse con pianti femminili. Questa era un’ accusa che spesso in politica si usava per distruggere i propri avversari. Infatti nel mondo classico l’omosessualità non era scandalosa ed era anche tollerata, ma non era ammissibile che si piangesse smodatamente la morte del proprio amato, si faceva la pessima figura di essere una “donnicciola” e questo per la “mascolinità” romana equivaleva ad essere più grave di un insulto, specialmente se ad essere deriso era un imperatore. Come avrebbe potuto questa “donnicciola” in cui, secondo Sparziano, Adriano si era trasformato uccidere o far uccidere un ragazzo giovane e pieno di vita? L’imperatore, come da programma, ritornò a Roma solo cinque anni dopo, nel 135 d.C.. Cinque anni in cui, se Sabina avesse avuto anche una piccola parte nella scomparsa di Antinoo, tante cose avrebbero potuto accaderle, prima della morte avvenuta l’anno successivo al ritorno; ella, nonostante le insinuazioni di Sparziano, si spense tranquillamente e per cause naturali. Forse la causa della morte di Antinoo potrebbe essere stata una congiura scaturita nella corte imperiale, tra cui era anche Sabina, nel Senato stesso di Roma, che non avrebbero certamente accettata la nomina a probabile successore di quel fanciullo di origine greco-orientale. Che Adriano potesse anche aver avuto una simile idea, può essere dimostrata dall’immediata nomina a suo successore di un altro giovane, proprio quel Lucio Elio di cui pure abbiamo parlato in precedenza malissimo. Quale che ne fosse la causa, fatto è che Antinoo morì. Ufficialmente nessuno venne incolpato e le ragioni della scomparsa di Antinoo che vennero proposte furono proprio quelle di Dione e di Sparziano.
Analisi delle fonti storiche sulla morte di Antinoo
Ritorniamo ora ad un più attento esame delle fonti storiche. Aurelio Vittore (Ep.14) crede che Antinoo si sia ucciso per prolungare la vita dell’imperatore. Del resto perché egli innalzò subito, in quello stesso viaggio, il giovane agli onori divini? Forse per ricompensarlo di un sacrificio voluto e quindi quasi per scagionarsi di una terribile colpa, soffocando così il suo rimorso? E’ naturalmente solo un sospetto, ma c’è da chiedersi comunque se egli sapesse della volontà del giovane. Era probabilmente il 30 ottobre, perché Antinoe fu fondata (Chron.Alexandr.254) proprio in quel giorno. Recentemente è stata avanzata l’ipotesi che il giorno fosse il 22 ottobre, giorno della festa dei “Neiboa”, per permettere ad Adriano di rinascere in un corpo più giovane. Forse questa festa aveva a che fare con un’altra più famosa detta Heb-Sed, o festa "giubilare", o "festa del cane" (verosimilmente perché il re indossava la pelle di tale animale), una cerimonia che veniva celebrata dagli antichi Re egiziani al compimento del loro trentesimo anno di regno. Si ritiene che essa derivi dall'antichissima usanza, risalente al periodo protodinastico, di mettere a morte il re quando questi, data l'età avanzata, non fosse più stato in grado di difendere il proprio popolo. La cerimonia, perciò, doveva servire al regnante per dimostrare la sua ancor valida vigoria fisica. Nel recinto della piramide a gradoni di Re Djoser (III Dinastia), a Saqqara si trovano due strane costruzioni a forma di lettera "B" che si ritiene costituissero una sorta di "mete" tra cui il re doveva eseguire una corsa rituale. In occasione della festa Heb-Sed il re, pertanto, si "rigenerava" riacquistando il proprio vigore; successivamente, la festa veniva ripetuta con cadenza non periodica. Benché non certo, lo sviluppo effettivo della cerimonia durava circa due mesi ed era suddivisa in tre fasi: nella prima veniva ripetuto il cerimoniale di incoronazione; nella seconda aveva ampio ruolo la famiglia del sovrano; nella terza veniva eretto il pilastro djed simbolo di eternità. Alcuni sovrani celebrarono la Heb Sed anche prima dei trent'anni di regno.
Adriano renatus?
In effetti esiste un tipo di ritratto adrianeo giovanile, anche se eseguito in età avanzata, che può forse avvalorare tale ipotesi. Assieme ad una testa di Adriano di età matura, in marmo, dal 1787 proprietà della zarina Caterina II, si conserva al Museo dell’Ermitage a San Pietroburgo un bel busto di Adriano giovane, un tempo confuso come ritratto di Eliogabalo. Il busto è nudo e con una clamide appesa sulla spalla sinistra. Quest’ultima caratteristica, dovuta ad un desiderio di elevazione eroica, è anche presente in un busto, proveniente dall’Olympieion ed oggi al Museo Nazionale di Atene. Tipologicamente del tutto indipendente dalla ritrattistica ufficiale, questo bellissimo marmo unisce alla morbidezza del modellato e ai caldi toni chiaroscurali, la ravvivata spiritualità dello sguardo. Straordinariamente simile è pure un busto oggi ai Musei Capitolini, databile ai primissimi anni di impero di Adriano. Si è parlato al riguardo di un Adriano renatus, cioè una rappresentazione idealizzata di Adriano sotto l’aspetto di un giovane eroe. Il tipo è stato individuato grazie ad una serie di aurei databili tra il 136 e il 137 d.C., raffigurante Adriano con tratti giovanili, malgrado l’età avanzata. Si tratterebbe dell’imperatore “rinato” dopo la morte di Antinoo oppure iniziato ai Misteri Eleusini per la seconda volta (la siglia REN è in una serie di cistofori emessi dopo il 128 d.C, anno in cui l’imperatore ottenne quella seconda iniziazione). Si potrebbe, dunque, ritenere che voci circolanti tra i contemporanei, smentite dallo stesso sovrano, avessero interpretato l’annegamento nel Nilo di Antinoo come un rito sacrificale compiuto per propiziare una “rinascita” di Adriano; voci queste accreditate dall’adesione, alcuni anni prima, da parte dell’imperatore ai Misteri Eleusi. Credo che questa, più che il riferirsi a riti egizi di rinascita dei faraoni, del resto ormai abbandonati da secoli, possa essere stata la causa di questa infamante accusa ben presto circolata negli ambienti, anche di corte, ostili all’imperatore. La parola RENATUS coglierebbe, quindi, un nesso fra culto salvifico e recuperata giovinezza, forse anche con il beneficio della morte, certamente non voluta, accidentale o meno (Antinoo potrebbe anche essere stato ucciso da ambienti di corte non estranei alla stessa imperatrice), di Antinoo, a sua volta adepto agli stessi Misteri. Un sesterzio della zecca di Roma, inoltre, databile tra il 125 d.C. e il 128 d.C., presenta l’immagine dell’imperatore con una corona di spighe, simbolo eleusino per eccellenza, con evidente riferimento alla prima iniziazione, avvenuta nel 124 d.C.-125 d.C.. Nel 128 d.C. Adriano raggiunse ad Eleusi l’“epoptìa”, ovvero il grado più alto dell’iniziazione dei Misteri. Qui, nella moneta, Adriano è raffigurato, quindi, come “epoptès”, togato e recante le spighe di Demetra sul rovescio; l’immagine di Augusto, sul diritto, anch’egli ammesso a suo tempo alla seconda iniziazione, non solo sottolinea il valore dello stato religioso acquisito, ma sul piano più strettamente politico esplicita una affinità di ideali e di scelte con il primo grande imperatore, resa più pregnante dalla comune esperienza misterica. Benché ci sia ignoto il significato specifico della palingenesi connessa ai riti eleusini, non è arbitrario richiamare alcuni versi dell’epigramma funebre della sacerdotessa che aveva iniziato l’imperatore Adriano. Secondo le parole della ierofante egli è “… signore della terra sterminata e non vendemmiata, principi dei giorni infiniti…”. Il linguaggio necessariamente metaforico indica la nuova dimensione a cui l’iniziato è stato introdotto: il dominio dello spazio e del tempo porta ad una sfera atemporale in cui acquista significato compiuto l’immagine di un Adriano “giovane”. L’imperatore viene così rappresentato come un giovane eroe, lasciando trapelare attraverso l’immagine un criptico accenno al contenuto esoterico del culto di Eleusi. Nel testo della Historia Augusta, oltre a far riferimento, riguardo alla iniziazione di Adriano, ad una precedente di Filippo il Macedone, di cui però non vi è altra testimonianza storica, si cita quella di Ercole, che il mito racconta aver raggiunto, subito dopo l’iniziazione, la Spagna, la terra natale di Adriano. Adriano, dunque al momento dell’iniziazione, si pone come nuovo Ercole, con una scelta connotata anche politicamente, essendo egli stato il figlio adottivo di Traiano, anche lui assimilatosi in vita allo stesso eroe. L’identifocazione Adriano\Eracle, pari a Traiano\Eracle avrebbe dovuto sancire definitivamente il diritto alla successione da parte di Adriano, cu cui molti doppi erano stati sollevati sia al momento di quella adozione sia successivamente. Questo nuovo ritratto di Adriano potrebbe anche avere questo significato ulteriore (l’aspetto un po’ erculeo del ritratto, vedi la corta barbula sino al mento, lo dimostrerebbe), considerato che le emissioni della serie monetale che associano al rovescio i ritratti dei genitori adottivi (Traiano e Plotina) si riferirebbero alla designazione da parte di Adriano del proprio successore Elio Vero, a riaffermare quindi, con la legittimità della propria ascesa all’impero, quella dell’erede prescelto, proprio dopo la morte di Antinoo. Il più famoso di questi ritratti di un Adriano “rinato” proviene da Villa Adriana ed è conservato nel suo Antiquario, inv.n.2260. La testa presenta un giovane con capelli abbondanti con boccoli resi a trapano che scendono sino a coprire la fronte per metà, sulle tempie, ove si congiungono a delle lunghe basette che con la barba arrivano a coprire parte del sottomento (la stessa caratteristica si nota nel busto dell’Hermitage); le labbra carnose sono leggermente aperte; il naso è appena prominente sulla sua base; gli occhi sono lisci con la palpebra stretta e ben profilata; il volto è girato e inclinato verso sinistra. La tipologia potrebbe essere più antica per la pupilla non incisa e per i capelli non consueti per l’epoca imperiale. La testa fu rinvenuta nel 1954 nell’area del Canopo dall’Aurigemma e identificata come quella di Elio Vero. Il ritratto trova un confronto diretto con una testa marmorea al Padro di Madrid , che fu senz’altro di ispirazione a numerose copie rinascimentali; fra queste, cinquecentesche, si ricordano un bronzo attribuito a Tullio Lombardo conservato al Museo di Monaco e un altro bronzo veneziano della stessa epoca al Museo dell’Hermitage. Quest’ultimo fu acquistato prima del 1865 (inv. Nsk 310) con un’attribuzione al Seicento. In realtà l’opera sembra eseguita, per lo stile del cesello e per la patina nera che lo ricopre, a Venezia o a Padova nella prima metà del Cinquecento, quando, cioè, a Venezia vi erano già numerose repliche di questo ritratto di Adriano e a Padova dove vi era un modello da usarsi per fusione in bronzo nella Collezione Marco Mantova Benavides oggi al Museo delle Scienze Archeologiche e d’Arte dell’Università di Padova.
Il viaggio in Egitto continua
Comunque terminate le esequie, l’imperatore proseguì il suo viaggio lungo il Nilo siano a raggiungere le rovine dell’antica Tebe: qui, come si è già ricordato, il monumento allora più celebre era il Memnonium: due colossi di pietra voluti nel 1500 a.C. dal faraone Amenofis III. Di essi uno, a causa di un terremoto nel 27 a.C., era distrutto per metà e da allora al levar del sole mandava un suono acuto che i Greci d’Egitto appunto pensavano fosse il saluto di Memnone, ucciso da Achille nella Guerra di Troia, a sua madre Eos-Aurora. Da Nerone in poi i visitatori incidevano il loro nome sul piedistallo e sul corpo della statua sin dove potevano arrivare; e così tra queste iscrizioni, databili ad epoca adrianea, 10 sono prima del 130 d.C. e ben 17 di quell’anno: e tra queste v’è quella in greco dell’imperatore Adriano vicino al nome dell’imperatrice Sabina. La poetessa Julia Balilla in quell’occasione scrisse dei versi in greco e più precisamente in dialetto eolico, meravigliandosi che la statua continuasse a tacere di fronte all’Augusta, e per questo alla fine la minaccia. Quelle esortazioni ebbero il loro effetto, se in un’altra iscrizione, di nuovo la stessa mano scrittoria, ci informa che la statua parlò proprio il 20-.21 novembre del 130 d.C.. L’iscrizione è presente in C.I.G. 4925. Queste sono le ultime notizie su quel viaggio, che proseguì ancora più a sud sino a Coptos, grande mercato indo-arabo, presso le celebri miniere di smeraldo e forse sino al Monte Claudiano, ove erano le cave di porfido e granito grigio, se in seguito l’imperatore, forse impressionato (vi erano i condannati a vita al lavoro durissimo delle miniere, “ad metalla”), promulgò delle leggi più miti al riguardo.
Altri viaggi di Adriano dopo la morte di Antinoo
Ritroviamo però di lì a poco Adriano in Libia, nel deserto, ove uccise, poiché il poeta Pancrate di Alessandria cantò quell’avvenimento, mostrando al sovrano un fiore rosso di loto sorto dal sangue di quell’animale, a cui Adriano dette il nome di Antinoo. Adriano ricompensò lo scrittore con un impiego nel Museo di Alessandria e le statue di Antinoo da allora portarono una corona di fiori di loto. Il poema, dal titolo Le cacce di Adriano e di Antinoo” fu ritrovato in brevi frammenti scrittorii in Egitto e pubblicato nel 1911 nella raccolta dei Papiri d’Oxyrhynco. L’imperatore dalla Libia ritornò ad Alessandria e da qui si recò in Siria, ma le notizie al riguardo si fanno particolarmente confuse. Sappiamo solo che fu di nuovo ad Atene, dove consacrò il grandioso tempio a Giove Olimpio, detto Olimpieion. Dopo di ciò seguì la sollevazione degli Ebrei che vide la rovina totale della Giudea (Gerusalemme fu rifondata, dopo la distruzione del Tempio, col nuovo nome di Aelia Capitolina nel 136-137 d.C.), ma dopo tanti orrori Adriano non tornò più in Oriente e nella sua sempre amata Grecia, forse perché ciò in lui avrebbe provocato il triste ricordo del felice periodo della sua vita trascorso con l’amato Antinoo.
La successione
Ritornato a Roma, attese a rendere ancora più grande e sontuosa la sua Villa a Tivoli. Subì pure una congiura di palazzo ad opera del cognato Serviano e di suo nipote Fusco, che per questo condannò ambedue a morte: l’uno aveva ormai novant’anni e l’altro solo diciassette. Certamente dopo la morte di Antinoo l’imperatore era cambiato di carattere e in lui erano affiorate le componenti negative del proprio animo: indicate più volte anche dalle fonti storiche. Morto il prediletto Lucio Elio Vero, scelse come successore il vecchio senatore, nato a Lione in Gallia, Aurelio Antonino, assai nobile, dedito alla filosofia, senza figli, perché precedentemente morti, e lo obbligò ad adottare Marco Annio Vero (chiamato poi Antonino e soprattutto Marco Aurelio), suo nipote, perché figlio del fratello dell’imperatrice Sabina, e Lucio Vero, il figlio del dissoluto Lucio, che, però, dopo essere stato eletto imperatore in coppia con l’altro, morirà di stravizi come il padre. Adriano, ammalatosi gravemente, si fece trasportare nel palazzo imperiale di Baia, presso Pozzuoli e non lontano da Capo Misero, pensando che il clima favorevole gli fosse di beneficio. Sparziano, però, riferendosi alla sua morte, ci lasciato dei versi bellissimi, che mostrano definitivamente l’altezza d’ingegno, la magnanimità, la religiosità, di uno spirito umano elevatissimo, che amò, forse troppo intensamente, il Bello nell’arte, nella cultura e nella filosofia, incarnando tutto ciò, più che in se stesso, in un comune mortale, Antinoo appunto, da lui amato e idealizzato come non fu mai nella storia di nessuno. La difficoltà di comprensione del suo animo e del suo operato, testimoniata dai contemporanei, fu certamente dovuta ad una certa commistione nel suo carattere di raffinatezza e di rozzezza, di leziosità e di semplicità, di spiritualità e di un materialismo, che, anche se non mai fine a se stesso, va inteso solo come semplice appagamento dell’animo. Così, soprattutto per ragioni politiche e di interesse, non si mancò di denigrarlo, spettegolando, forse in modo fin troppo disonesto, sui suoi affetti più cari e sulla sua vita privata; tuttavia le epoche successive gli resero giustizia, almeno in questo campo. Anche se breve, ma non privo di completezza, come epitaffio della vita dell’imperatore Adriano, può essere qui riportato l’unico brano autentico dell’imperatore pervenuto sino a noi; si tratta di un frammento in lingua greca di una lettera che Adriano indirizzò ad Antonino Pio e ritrovato in un papiro del Fayum. Soprattutto voglio che tu sappia che io mi sto allontanando dalla vita, né a tempo indebito né senza ragione né in modo commiserevole né inaspettatamente né insensatamente, sebbene, come ho percepito, io appaia fare del male a te che stai vicino a me malato e che mi consoli e mi sproni. E da ciò dunque io mi appresto a scriverti queste cose, non, per Zeus, con l’intento di approntare un discorso volgare e non veritiero, ma con l’intento di far ricordo semplice e quanto più preciso delle mie azioni.
Animula...
Si ricorda, in conclusione, la celebre poesia scritta da Adriano e riportata dalla Historia Augusta:
Animula, vagula, blandula Hospes, comesque corporis, Quo nunc adibis? In loca Pallidula, (f)rigida, nudula Nec ut soles, dabis iocos
O mia piccola anima dolce e pellegrina ospite e compagna del corpo, dove tra poco te ne andrai? In luoghi pallidi pallidi, ardui (o freddi) e spogli e non ti divertirai mai più come sei solita fare.
Animula vagula blandula non è tanto l’inizio di una poesiola semplice, graziosa o addirittura leziosa, ma è piuttosto stanca considerazione della fragilità delle cose umane. Animula è termine specifico del tardo stoicismo, citata nella forma greca dall’imperatore Marco Aurelio ed Epitetto. La solitudine della piccola anima di Adriano, che si stacca dalla ospitale compagnia del corpo per andare in luoghi incolori e spogli, è anche la solitudine di un’epoca incerta tra sincretismo e conversione, tra la convenzionale pratica delle religiosità pagana ufficiale e l’adesione alle nuove religioni di salvezza, tra le quali sempre più si stava affermando il Cristianesino
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[modifica] La deificazione
nel Museo archeologico nazionale di Napoli
(collezione Farnese)
Antinoo fu divinizzato dopo la morte dall'imperatore e una città intitolata al suo nome (Antinoupolis) venne eretta in Egitto nello stesso luogo dove era annegato. Raffigurato in numerosissime sculture (dove fu raffigurato nella veste di molte divinità, quali Dioniso ed Ermes) e su monete, è anche citato in fonti epigrafiche. Un obelisco con iscrizioni in caratteri geroglifici, a lui dedicato, fu ritrovato nel XVI secolo e successivamente (1822) innalzato a Roma sul Pincio dal papa Pio VII.
Le circostanze della sua morte sono oscure: lo storico Elio Sparziano (Vita Hadriani, capitolo 14) citava la sua morte, il lutto dell'imperatore, e gli onori che gli furono decretati, mentre Cassio Dione Cocceiano sostenne che si fosse sacrificato spontaneamente in relazione a non meglio precisate pratiche magiche e Aurelio Vittore che il sacrificio servisse a prolungare la vita dell'imperatore.
La sua divinizzazione dopo la morte, riservata solitamente agli imperatori e ai membri della famiglia imperiale, e la forte caratterizzazione egizia del suo culto, ne fanno un caso unico nella storia romana. Secondo una tradizione religiosa greco-egiziana la morte per immersione comportava la divinizzazione. Le iscrizioni e le raffigurazioni sull'obelisco del Pincio identificano Antinoo con gli dei egiziani.
Sullo stesso obelisco viene citata, secondo alcune interpretazioni, la sua sepoltura, situata in un giardino di proprietà dell'imperatore che si è voluto identificare con i resti di un edificio scoperti nella Vigna Barberini sul Palatino e che furono più tardi trasformati nel tempio dell'Elagabalium dall'imperatore Eliogabalo. Fu forse in questa occasione che l'obelisco venne fatto trasportare nell'anfiteatro castrense dove fu poi rinvenuto. Tuttavia alla fine del 2005 è stato annunciato il ritrovamento di un monumento funerario presso l'ingresso alla villa adriana di Tivoli: è allo studio l'ipotesi che l'obelisco possa essere stato in origine collocato in - o destinato a - questa tomba, che ha molte probabilità di essere quella di Antinoo (o almeno un cenotafio a lui dedicato).
Anche gli otto tondi adrianei reimpiegati sull'Arco di Costantino, dove viene più volte raffigurato il giovane, potrebbero provenire da questo monumento funerario[1].
Antinoo fu commemorato da Adriano anche con l'attribuzione delle stelle a sud della costellazione dell'Aquila che presero da allora il nome di Antinous.
[modifica] La caduta
La relazione omosessuale fra Adriano e Antinoo fu oggetto di scherno da parte degli scrittori cristiani del tardo impero, che sottolinearono il rapporto fra la turpitudine di tale rapporto e la turpitudine dell'idolatria (un parallelo già presente nelle Epistole di san Paolo).
Anche se il culto (del tutto artificiale) di Antinoo si limitò a sbiadire spontaneamente col passare dei decenni, diverse statue di Antinoo scoperte dagli archeologi portano i segni della violenza con cui furono deliberatamente distrutte.
D'altro canto l'ossessione per l'immagine di Antinoo che caratterizzò la vita dell'imperatore Adriano dopo la morte del giovane amico, e la profusione di statue a lui dedicate a questo scopo, rende il viso del giovane Bitino uno dei meglio conservati dell'antichità, su busti, statue, gemme, bassorilievi, disegni e incisioni: senza dubbio un caso unico nella storia dell'arte di tutti i tempi di conservazione della memoria di un volto in nome dell'ossessione di un uomo.
Presso il grande pubblico, la vicenda di Antinoo e Adriano è stata in tempi recenti riscattata dalla poeticità del romanzo di Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, che narra la vicenda da un punto di vista romanticizzato.
[modifica] Balletto
- "Antinois", coreografato da Victor Gzovsky, per il Grand Ballet du Marquis Cuevas. Debutto: 12 maggio 1953 al Grand Theatre Bordeaux Festival.
[modifica] Note
- ^ Nel recente restauro dell'arco, sulla base della stetta relazione dei tondi con la muratura che li circonda è stato tuttavia ipotizzato che i rilievi fossero originariamente collocati proprio sull'arco, la cui struttura originaria sarebbe da datarsi all'epoca adrianea (Maria Letizia Conforto et al.: Adriano e Costantino. Le due fasi dell'arco nella Valle del Colosseo, Milano 2001). Altri studiosi (Patrizio Pensabene, Clementina Panella: Arco di Costantino. Tra archeologia e archeometria, Roma 1998, riprendendo osservazioni già di Hans Peter L'Orange, Armin von Gerkan: Der spätantike Bildschmuck des Konstantinsbogens, Berlin 1939) hanno tuttavia sottolineato che la base dei tondi mostra in diversi casi tracce di rilavorazione, interpretate come necessarie a seguito della ricollocazione in un edificio diverso da quello originario.
[modifica] Bibliografia
- Dietrich, Antinoos (1884).
- Ch. W. Clairmont, Die Bildnisse des Antinous. Ein Beitrag zur Portraitplastik unter Kaiser Hadrian, Schweizerisches Institut in Rom, Roma 1966. Il più completo catalogo a stampa dei ritratti d'Antinoo.
- Laban, Der Gemütsausdruck des Antinoos (1891).
- R. Lambert, Beloved and God: the story of Hadrian and Antinous, Meadowland Books, New York 1988. ISBN 0821620037
- Levezow, Über den Antinous (1808).
- Raffaele Mambella, Antinoo. L'ultimo mito dell'antichità nella storia e nell'arte, Ed. Nuovi Autori, Milano 1995.
- Raffaele Mambella, Le memorie di Antinoo. Romanzo. La rivelazione di un antico mistero, Editore Maremmi-Firenze Libri-collezione Magonza, Firenze 1999, ;
- Raffaele Mambella, Antinoo: l’ultimo mito dell’antichità, in Nuova Secondaria, I (1999), Editrice La Scuola-Brescia, pp.68-70;
- Raffaele Mambella,Hadriani amasius. Antinoo l’ultimo ulisside, Editore “Tracce”, Pescara 2000;
- Raffaele Mambella, Marguerite Yourcenar e Antinoo , in “ Adriano e le sue “Memorie” a cinquant’anni dal capolavoro di Marguerite Yourcenar”, Edizioni Centro Internazionale Antinoo-Camera di Commercio di Roma, Roma 2002, pp. 35-46.
- Hugo Meyer, Antinoos. Die archäologischen Denkmäler unter Einbeziehung des numismatischen und epigraphischen Materials sowie der literarischen Nachrichten. Ein Beitrag zur Kunst- und Kulturgeschichte der hadrianisch-frühantoninischen Zeit, Fink, München 1991, ISBN 3-7705-2634-1
- Ben Pastor, The Water Thief, (2007), Thomas Dunne Books, New York, pubblicato in Italia col titolo de Il ladro d'acqua, Frassinelli, Milano.
- Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano, (1951), Einaudi, Torino. (Romanzo, ma basato su dati storicamente accurati).
[modifica] Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Antinous
[modifica] Collegamenti esterni
- L'Imperatore Adriano. Antinoo e l'arte.
- (EN) The Shrine of Antinous, sito dedicato esclusivamente ad Antinoo
- (EN) Virtual Museum: Portraits of Antinous, catalogo virtuale delle immagini di Antinoo
- (EN) Hadrian's life and his love for Antinous, sulla relazione amorosa fra l'imperatore Adriano e Antinoo
- (EN) Hadrian adn Antinoos, sulla relazione amorosa fra l'imperatore Adriano e Antinoo
- (EN) Scultura di Antinoo presso il Lady lever Art Gallery di Liverpool
- (EN) Antinoopolis (Antinoe), sulle rovine della città egiziana, Antinopoli, che Adriano costruì in memoria di Antinoo
- (FR) Représentations d'Antinoüs, voce della Wikipedia francese dedicata alla statuaria classica su Antinoo
- (DE) Antinoos
- (DE) Antinoos-obelisk, sull'obelisco del Pincio, eretto per Antinoo
- (EN) Antinous Forum / la prima tribuna (nuova)
- (ES) Mercedes Giuffré, Antinoo y la misteriosa pasión de un emperador
- Template:Ita [http://www.adrianopoli.blogspot.com/
[modifica] Voci correlate

